Com'è
che un normale tifoso diventa un Ultras del Torino?
Era
il 1972. E chi se lo dimentica? Quello è stato il primo giorno che
ho messo piede il curva Maratona. Avevo dodici anni e mio zio, tifosissimo
del Torino decide di accompagnarmi allo stadio. Mi ricordo anche la partita:
Toro-Sampdoria. Allora le tifoserie erano diciamo pure amiche. Ora la rivalità
con i blucerchiati è accesissima.
E
il risultato, te lo ricordi?
Assolutamente
no, per il semplice fatto che non ho guardato la partita! Guardavo continuamente
i tifosi. Allora in curva c'erano già i Fedelissimi e poi c'erano
i Commandos. Pensa che questi ultimi avevano come simbolo un pallone con
l'elmetto. Guardavo mentre cantavano, suonavano i tamburi. Facevano loro
la partita e non i ventidue uomini in campo.
I
capi Ultras allora avevano sedici anni, massimo venti.In teoria pochi anni
di differenza da me, ma mi sembravano già dei "grandi", già
degli uomini. Ricordo che indossavano quasi tutti la giacca mimetica chiara
e in testa avevano il basco dei paracadutisti, granata. Facevano un gran
casino, incitando la squadra a vincere. Ho passato novanta minuti ad osservare
ogni loro movimento, ogni loro gesto. I loro cori, il loro vestire. Ma
non sentivo dentro di me l'esigenza di emularli.
Non
li vedevo come dei miti da scopiazzare. Mi innamoravo del loro modo di
tifare e capivo che era lo stesso che volevo fare io.
Diciamo
che la mia "malattia" è incominciata quella domenica pomeriggio.
Poi
il fischio finale, si torna a casa e la febbre calcistica scende? Quando
torni in curva?
No,
aspetta. Forse non ci siamo capiti. Non è che sono entrato in curva
quella domenica e poi ci ho rimesso piede anni dopo. Io da quel giorno,
da quel Toro-Doria non ho più mollato la curva Maratona e il Torino.
Quindi
la curva diventa la tua seconda casa.
Per
molti fattori diventa un mio punto di riferimento. In primo luogo era il
posto in cui si ritrovavano quelli della mia età. Pagavamo il biglietto
ridotto. Se la memoria non mi tradisce l'entrata allora costava sulle quattrocento
lire. Negli altri settori, i distinti e la tribuna, ci andavano i cosiddetti
"borghesi", quelli che volevano vedere la partita più comodamente
e avevano le possibilità economica per spendere di più.
Inoltre
in Maratona si tifava veramente. Come ti ho detto prima qui c'era il calore
dello stadio. Una bolgia dantesca, con le bandiere granata che rendevano
tutto più caldo. Erano i primi Ultras. Pionieri di un movimento
che emetteva i primi vagiti. Ogni domenica ci ritrovavamo in quegli scaloni
di cemento e trasformavamo il grigiore del Comunale in qualcosa di unico.
Tutto diventava magia e ci sentivamo veramente parte del gioco. Anzi, di
dirò di più, ci sentivamo la forza che spingeva i nostri
beniamini a dare il massimo, a vincere.
La
curva non era solo coreografia, tifo e cori. La curva, anche se siamo agli
albori del movimento, era gia scontri...
Sicuramente.
Ma questo non succedeva solo la domenica. Infatti, succedeva spesso che
ci scontrassimo con i "cugini" anche durante la settimana. Tra di noi come
detto ci conoscevamo tutti, quindi era facile che se ci incrociavamo per
strada ce le davamo di santa ragione. Ma tutto in modo leale. Avevamo quasi
tutti sedici anni. Sangue caldo e tanta voglia di ribellione. Spesso quando
tornavamo a casa dovevamo guardarci alle spalle. Non era raro che qualcuno
si trovava sotto il portone la sorpresa di incontrare ospiti indesiderati.
E allora giù pugni e calci. Tu venivi a prendere sotto casa me,
io facevo lo stesso. Poi il giorno del derby tutti ci scontravamo in campo
aperto. Ma come avrai capito vivevamo il nostro essere ultras sette giorni
su sette, ventiquattrore al giorno, in strada come a scuola.
E
arriva il primo scontro con la tifoseria avversaria. Non più una
scaramuccia da quartiere. Arriva il tuo, permettimi di chiamarlo in maniera
forte, BATTESIMO DEL FUOCO. Quando avviene questo ulteriore passaggio?
Durante
un Derby, non poteva essere altrimenti. Tutto nasce quando arriviamo a
ridosso dello stadio. Incrociamo i nostri rivali. Incomincia così
da parte nostra una razzia delle loro sciarpe bianconere e dei loro stendardi.
Loro reagiscono e parte la carica vera e propria. Cinquanta contro cinquanta,
tutti a mani nude senza bastoni o cinghie, nessun razzo o bombe carta.
Ora diremo uno scontro Old Style, vecchio stile. Nessun poliziotto nei
paraggi e questo non era strano visto che allora gli stadi non erano "blindati"
come oggi. Cazzotti vari, calci, veri e propri corpo a corpo. Tutto dura
una decina di minuti, poi gli ultras bianconeri girano i tacchi e scappano
verso la loro curva. Avevamo vinto. Nelle nostre mani erano rimasto il
bottino conquistato in battaglia. Poi entriamo nella nostra curva ed esponiamo
i loro vessilli. Alcuni di noi al collo avevano le sciarpe prese al "nemico".
Ti
ricordi cosa hai provato in quel momento, in quegli attimi prima dello
scontro e le sensazioni del dopo?
Rammento
la paura del pre-carica. Una paura mista all'emozione. Poi pura esaltazione.
Non era la prima volta che facevo a "botte". Nel mio quartiere era successo
varie volte di aver alzato le mani per difendermi o per farmi rispettare.
Nei quartieri popolari di Torino la scazzottata tra coetanei era routine
di tutti i giorni in quegli anni. Dopo il mio primo scontro con i gobbi
però non mi sono sentito un "grande", un "mito". Mi sentivo normale,
nessuna sensazione particolare. Ridevo con gli altri raccontando di come
erano andate le cose là fuori e di come erano scappati gli avversari,
stanchi di prenderle e desiderosi di rientrare nel loro territorio, nella
loro curva. Come ho detto prima noi avevamo vinto. Un pò ammaccati
noi, un pò di più loro, ma nessun ferito grave, nessuno all'ospedale
o con ferite d'arma da taglio.
Primo
scontro, altri scontri, ma non più solo nei derby...
Assolutamente.
Ogni tifoseria che arrivava a Torino doveva pagare il dazio. Noi eravamo
gli Ultras Granata e il nostro nome doveva fare il giro d'Italia. Milanisti,
Interisti, Doriani, Romanisti, ci scontravamo con tutti. Dovevamo e riuscivamo
a dimostrare il nostro valore. E le altre tifoserie avevano paura. Alcuni
accettavano lo scontro, altri, i meno coraggiosi preferivano evitarlo,
meritandosi l'appellativo di CONIGLI, il peggior insulto per un ultrà!
Raramente subivamo. Eravamo forti perché a differenza ad esempio
dei nostri odiati cugini, avevamo un grande spirito di gruppo. La regola
per noi era una sola: "Noi siamo gli Ultras Granata, tutti dovete sottostare
a noi e rispettarci!"
E
così era.
E
il Torino Calcio che faceva? Non vi tirava le orecchie come farebbe un
padre con un figlio pò discolo?
Noi
non avevamo contatti con la società. Non ne volevamo. Zero contatti,
zero denaro. Nessuno ci ha mai dato una lira, come per dirci "dai, se fate
i bravi vi aiutiamo nelle spese". Noi ci autogestivamo. I soldi per le
bandiere, i pon pon, gli striscioni e i tamburi uscivano dalle nostre tasche
ed erano frutto di collette che avvenivano in curva.
Tu
sei un pioniere del tifo granata. Il quadro di quegli anni lo hai descritto
alla perfezione. Ora andiamo sul personale. Cos'è per te la paura
e il coraggio? Nei tuoi racconti queste parole appaiono spesso. Puoi spiegare
meglio i due concetti?
Io
negli scontri non ho mai voluto dimostrare nulla a nessuno. Non facevo
tutto questo per avere le luci della ribalta o sentirmi Ercole sull'Olimpo.
La paura c'è stata e chi dice che non esiste in quei momenti secondo
me mente. Io durante lo scontro dovevo vincere la paura prima di battere
il mio rivale. E lo facevo per me, per dimostrare qualcosa a me stesso.
Ecco penso che il coraggio sia il passo in più della paura.
Dopo
la paura c'è il coraggio. Superi quella sensazione di timore che
può bloccarti le gambe e allora hai raggiunto il coraggio. Non importa
se è un testa a testa o sei solo contro cinque. Come ho detto più
volte nessuna emulazione verso i capi. Guardavo me stesso. Mi sono trovato
varie volte in difficoltà. Mi hanno rotto tre volte il naso, ho
preso bastonate e cinghiate. Durante un derby notturno uno juventino ha
cercato di accoltellarmi due volte in pancia e sono riuscito a deviare
i colpi con la mano. Eppure il coraggio ha sempre superato la paura. In
fondo sono un Ultras nel bene e nel male, anzi, aldilà del bene,
aldilà del male. Ho scelto io questa vita e so a cosa posso andare
incontro.
A
proposito vorrei aggiungere un qualcosa sulla "moda" di usare i coltelli
durante i tafferugli; guarda, ci sono poche curve che possono vantarsi
di non aver usato le lame negli scontri. In molti lo hanno fatto e molti
ipocriti negano di farlo quando sanno bene il contrario. Io posso parlare
solo per me stesso; allo stadio non ho mai portato un coltello. Ma non
sono un eroe o un novello superman. Ho paura come tutti, ma cerco di superarla.
Poi come ho già spiegato arriva il coraggio. Senza la paura non
esiste il coraggio.
L'amore
per la squadra... L'amore per il gruppo di appartenenza. Cosa arriva prima?
Qual è l'amore più forte?
Prima
di tutto io nasco tifoso del Toro. Da bambino mi regalarono la maglietta
nera da portiere con la coccarda della Coppa Italia cucita sul petto. Insomma,
ti avvicini alla curva perché ami il calcio e hai una tua squadra
del cuore da seguire. Poi incominci a conoscere chi ha la tua stessa passione
e vuole tifare seguendo la squadra ovunque e comunque. Così nasce
l'amore per il gruppo. L'amicizia, la voglia di portare la tue fede in
tutti gli stadi d'Italia, d'Europa, diventa fortissima. Un'eterna fede
che si tramuta in amore per il tuo gruppo, per il tuo striscione. E non
importa se sia lungo 10 metri o pochi centimetri. Quello è il tuo
striscione e ognuno di noi è pronto a difenderlo, guai a chi lo
tocca. Forse l'amore per il gruppo supera l'amore per la squadra. In fondo
è con i tuoi amici che dividi gioie per le vittorie e dolore per
le sconfitte. E con loro condividi anche i problemi di tutti giorni che
nulla hanno a che vedere con il calcio.
Dagli
anni sessanta ad oggi le curve hanno cambiato aspetto. Di pari passo con
la società c'è stato il momento del boom, del decadimento,
della rinascita. C'è stato il ricambio generazionale, gli ultras
di ieri, o hanno lasciato il posto alle nuove o sono rimaste a loro fianco
per dare, diciamo pure l'esempio. Cos è per te la curva di ieri,
la curva di oggi e come deve diventare la curva del domani?
Per
me la curva di ieri ha il sapore del pionierismo. In fondo siamo stati
i primi ultras di un movimento che tutti hanno voluto analizzare senza
riuscirci o dando giudizi affrettati e che nonostante tutto dura da più
di trent'anni. Quando penso alla curva del passato mi vengono in mente
i derby. Ci lavoravamo sopra da una settimana prima. Mi viene in mente
quando scrivevamo sugli striscioni "Bettega TBC" o quando tiravamo fuori
delle bare e le croci bianconere. Macabri, penserebbe qualcuno, ma allora
c'era tanta goliardia e allo stesso tanta voglia di farsi rispettare. Ci
ritrovavamo per le nostre riunioni in via Carlo Alberto, nella sede dei
Fedelissimi. A pochi isolati, in via Bogino, si ritrovavano i Gobbi. Spesso
finiva a bastonate.
La
curva di ieri è la nostra gioventù che cresceva in un ambito
diverso da quello dei nostri padri.
Nella
curva di oggi vedo nuove leve. Alcuni di questi ragazzi mi ricordano come
eravamo noialtri. Mi rivedo nel loro coraggio di affrontare le cose, nella
loro goliardia che assomiglia a quella nostra che ci ha fatto compagnia
in tante "avventure". In altri assolutamente non mi riconosco. Infatti,
negli ultimi anni è nato l'ultras manager. Per alcuni andare in
curva è diventato un mestiere. Purtroppo quello che dicono alcuni
giornalisti è vero: ci sono contatti con i presidenti delle società
calcistiche, c'è un giro di denaro sui biglietti e spesso le trasferte
vengono pagate totalmente. Le società sono pronte a darti tutto,
peccato che al primo tafferuglio, anche se succede a chilometri di distanza
dallo stadio, sono loro i primi a metterti sul banco degli imputati. Poi
a differenza del passato ci sono troppe coreografie. Manca quello spontaneismo
che era alla base del primo movimento ultras. C'è una gara a creare
scenografie che costano milioni per pochi istanti d'inquadratura televisiva.
Penso che anche noi spesso cadiamo nella trappola che ha fatto grande la
Pay Tv. Entriamo anche noi nel loro meccanismi dove il business regna sovrano,
senza guardare in faccia fede e passione.
La
curva di domani? Beh, io spero che i gruppi pian piano "muoiano", per rinascere
con quello spontaneismo di un tempo. Niente più settori, niente
coreografie. Come in Inghilterra. Io sono tifoso oltre che del Torino anche
di una squadra inglese, il Millwall. Appena posso prendo il primo volo
e vado a Londra a seguire questa squadra. E li riassaporo il tifo di un
tempo".
Dunque
vai in Inghilterra, la terra dei cosiddetti Hooligans e tocchi con mano
il tifo oltre Manica. Cioè fai quello che facevano i primi Ultras
italiani
Si,
ma la cosa stupenda è che loro non mi considerano un tifoso italiano
che simpatizza per il Millwall. Io non solo vengo accettato. Loro mi considerano
proprio uno di loro a tutti gli effetti. E questo per me è un vero
e proprio onore. Insomma io sono ultras anche del Millwall.
Se
non sbaglio i fans del Millwall sono considerati come una delle tifoserie
più agguerrite in Inghilterra. Dopo la tragedia dell'Heysel il governo
britannico ha cercato di cambiare le cose. Un giro di vite necessario per
farsi riaccettare nell'Europa calcistica. Com'è ora la situazione?
Si
è ripartiti dall'anno zero. Tutto assomiglia a quello che eravamo
noi vent'anni fa. Non esistono grupponi formati da centinaia di unità.
Poca gente, ma con una forza enorme. Anche negli scontri c'è più
lealtà che dalle nostre parti. Si fissano gli appuntamenti con gli
avversari e via con la scazzottata. Solo pugni e calci, nessuna bomba carta,
nessun coltello, tranne qualche tifoseria. Insomma tutto è tornato
come un tempo e credo che anche da noi debba succedere la stessa cosa.
Senti,
si è parlato spesso del connubio politica-ultras. Molte tifoserie
sono state accusate di estremismo politico e di fare della curva un banco
di prova o un centro di reclutamento per la piazza. È veramente
così oppure c'è stata un'esagerazione e l'ultras è
diventato il "casus belli" anche su questo argomento?
La
politica in curva c'entra ben poco. Non posso negare che alcune tifoserie
hanno grossi connotati politici. Un esempio sono i veronesi che da sempre
si distinguono per essere una curva di destra oppure i livornesi che non
nascondono, anzi ne fanno una loro forma di distinzione, di essere legati
all'estrema sinistra. Però a parte rari casi non vedo tutta questa
problematica. Prendi ad esempio la nostra curva: da noi ci sono ragazzi
dei centri sociali e giovani legati all'estrema destra. Passano la domenica
uno a fianco dell'altro, senza problemi, squatters o militanti di Forza
Nuova che siano. Poi magari in piazza se le danno di santa ragione, ma
in curva no! Li è un territorio neutro. Li esiste il gruppo e la
passione per i colori della squadra. Un territorio franco. Ed è
sempre stato così, dagli anni settanta ad oggi. Chi dice che la
curva è un covo di "rossi" o di "neri" dice una palla. Infatti,
camerati e compagni convivono senza che la politica condizioni il loro
essere ultras.
E
la società come e quanto incide nella vita della curva?
Incide
come in ogni cosa. La curva è uno spicchio di società. Senza
dubbio meno classista. La curva accomuna e non divide. Dicono che nelle
curve c'è la droga? Certo, è vero. C'è la droga come
nelle discoteche o negli uffici. Le sostanze non sono figlie degli ultras.
Ci sono sempre state e non capisco perché si scandalizziamo tutti
quanti se la droga gira anche in curva. Secondo gli inquirenti o i soliti
sociologi da salotto televisivo noi siamo il male della società.
Ma la violenza c'è sempre stata e ci sarà sempre, in ogni
angolo di strada, in ogni città o paesino sperduto.
C'è
gente che si ammazza a colpi di coltello per una precedenza non data in
automobile o per una spinta in discoteca. Allora bisognerebbe vietare alla
gente di andare a ballare o di uscire per strada? Ok, noi ci scontriamo,
tra di noi sia ben chiaro. Nessuno obbliga qualcuno a farlo e non mettiamo
di mezzo gente che non c'entra nulla. Due pugni e il giorno dopo sui quotidiani
sportivi e in cronaca appare a nove colonne l'articolo che dice che noi
siamo il "male della società", i "falliti", "persone che sfogano
le proprie frustrazioni la domenica". Ma io non mi sento affatto un fallito.
Ho una casa, un lavoro. Ho i miei affetti, le mie idee politiche. Difendo
i miei colori e amo la mia squadra. Nessuno di questi signori che ci giudicano
hanno passato neppure un solo minuto in mezzo a noi. Poi, poco importa
se i giocatori vengono dopati, se le società hanno dei buchi enormi
nei bilanci o se ci costringono a vedere la nostra squadra tra il freddo
invernale della domenica notte perché "Mister Sky" ha deciso così.
Di noi si ricordano al momento giusto e da tifosi diventiamo semplici delinquenti
da mettere alla gogna. Anzi, i peggiori da sbattere in galera e buttare
la chiave.
Alla
fine penso di essere più leale io quando mi scontro con il mio rivale
perché entrambi sappiamo a cosa andiamo incontro e al massimo, se
non c'è infamità, torniamo a casa con quattro graffi, che
tutti questi personaggi che vedono nel calcio solo ed esclusivamente un
affare economico. |