Una delle
                          prime radio portatili allo stadio di S. Siro
                          (1948)
1948: gli albori del
                                  merchandising
1948/49,
                                  Alessandria/Pisa, memorie di un
                                  invasore
"Il calcio, considerato obiettivamente, è una delle più strane costanti di comportamento umano della società moderna. 
Spinto da questa considerazione ho deciso di fare le mie indagini. 
E mi è stato subito chiaro che ogni centro di attività calcistica, ogni football club, è organizzato come una piccola tribù, completa di territorio tribale, anziani della tribù, stregoni, eroi: entrando nei loro domini mi sono sentito come un esploratore del passato intento a esaminare  per la prima volta una vera cultura primitiva...”
Desmond Morris
(autore de “la scimmia nuda” 
e de “L’uomo e i suoi gesti”
Laureato in filosofia e zoologo, 1982)

"Ricorda, un pesce morto può solo seguire la corrente ma ce ne vuole uno vivo per andare controcorrente"
William Claude Field
LA DIVISA DEI SEGUACI
I fans usano combinazioni di abiti per identificare due qualità distinte: la durezza e la lealtà.
Un fan “duro” è pronto a star fermo sotto la pioggia e nel gelo per assistere alla partita, e a buttarsi nella mischia se scoppiano risse con i fans rivali o con la polizia. Un fan “morbido” è più propenso a usare la sua sciarpa per proteggersi dal freddo e a restarsene a osservare in caso di guai con gli avversari o con la polizia.
Gli abiti indossati dai fans apparentemente danno chiare indicazioni sulla posizione che occupano nella scala dal duro al morbido. Oltre a questa, c’è un’altra scala, che va dal leale allo sleale.
Un fan leale è un fan che non perde mai una partita e che spende molto tempo e denaro per seguire la squadra in trasferta.
Un fan sleale è un fan che va a vedere solo le più importanti partite in casa e che segue la squadra solo in una o due brevi trasferte. Anche in questo caso sono certi dettagli di abbigliamento e combinazioni di elementi a fornire un indizio preciso del grado di lealtà del tifoso alla sua tribù.
Tutto questo significa che esistono quattro grossi gruppi di tifosi.
*Il primo è durissimo e di una lealtà a tutta prova. E’ sempre pronto a minacciare il nemico, a difendere i suoi idoli e segue religiosamente tutte le partite della sua squadra, anche quando gioca male.
*Poi c’è il tifoso molto duro, ma un po’ sleale. E’ sempre disposto ad attaccar briga, ma assiste solo alle partite più importanti e si allontana dalla squadra se comincia a perdere. E’ più interessato a battersi che allo sport vero e proprio.
*Poi c’è il fan morbido ma profondamente leale. Viaggia per tutto il paese per seguire la squadra, ma evita sempre di cacciarsi nei guai.
*E infine c’è il fan morbido e sleale. Il suo interesse per la tribù è minimo. Si degna di assistere soltanto alle partite più importanti ed evita accuratamente gli scontri con i rivali e la polizia.
Questi quattro tipi di tifosi, e i vari tipi intermedi, sono riconoscibili dalla combinazione di indumenti che indossano.
Il fattore lealtà è abbastanza ovvio: più colori tribali un tifoso ha indosso, più è leale. In questa connessione l’elemento più importante è la sciarpa, seguita dalla bandiera e i distintivi.
Il fattore durezza è rappresentato da leggere T-shirts e dalle sciarpe attorno al polso invece che al collo come segno di indifferenza al freddo; abiti rudi come giacche e pantaloni in jeans adatti al combattimento, pesanti stivali per calciare contro i rivali.
I più sono moderatamente duri e moderatamente leali e i loro abiti lo dimostrano chiaramente, ma gli estremisti cadono in qualche contraddizione. Il tifoso che sfoggia gli abiti più rudi, come i giubbotti e i calzoni jeans, e poi si cosparge di sciarpe, gagliardetti, distintivi e adesivi, è un po’ sospetto. La sua lealtà forse non è messa in discussione, ma è troppo carico di accessori per essere preso sul serio come “duro”, pronto a reagire immediatamente in caso di guai. Corre il pericolo di sembrare piuttosto un buffone di corte.
Questo non significa che è visto come un clown, piuttosto come un individuo anche solo scherzosamente - invece che seriamente - aggressivo.
L’individuo che, al contrario, è ben conscio del proprio aspetto e sceglie abiti  semplici, casual, rientra in due categorie distinte.
O è un tifoso per bene o è un duro, ed è facile per un  non addetto confondere i due tipi.
I per bene non sono fans nel senso stretto del termine. Non prendono parte alla vita sociale della tribù, ma assistono di tanto in tanto alle partite semplicemente per vedere il gioco.
I duri, dal canto loro, sono fans che hanno superato lo stadio delle esibizioni più sfrenate e sono entrati a far parte di un gruppo di tifosi leggermente più vecchi, la cui reputazione di duri e leali è così affermata e certificata nel gruppo da non richiedere alcuna divisa.
Con i loro abiti semplici è come se dicessero che non hanno bisogno di costumi speciali per essere riconosciuti come tifosi leali e dal sangue caldo, e i fans più giovani e vestiti in modo più sgargiante devono mostrare il dovuto rispetto a questi membri importanti della tribù.
Sulle gradinate i duri stanno in mezzo ai fans.
I tifosi per bene sono sparsi ovunque, ma si tengono lontani dalle zone più calde di attività dei fans.
Ciò che quindi emerge chiaramente è che esiste un notevole ordine nel caos apparente della folla che occupa le gradinate.
Non si tratta di una folla disorganizzata, ma di un gruppo ben strutturato con abiti rigidamente convenzionali, come quelli dei borghesi o di altri ceti sociali. Appare caotica soltanto agli occhi inesperti.

Millwall
Enough said

Going to the stadium


Perché indossiamo Adidas?

Storia di un marchio iconico nelle sottoculture

Ripercorriamo la storia del brand iconico Adidas all’interno delle nostre sottoculture

Ognuno di noi ha almeno una cosa che gli psicanalisti definiscono “feticcio”, una passione seriale verso oggetti inanimati. Chi le calze, chi i cappelli, smalti, borse, spille, oppure le scarpe. Io ho questo feticcio, da anni colleziono scarpe esclusivamente Adidas e mi occupo di sottocultura casual, oltre che essere appassionato di musica punk. La scarpa, se avesse voce, racconterebbe le nostre storie più intime. Lo capiscono per primi gli antichi romani che chiamano le proprie tragedie cothurnatae, nome dei calzari indossati dagli attori nelle figurazioni teatrali dell’epoca, usate per identificare i ruoli e le parti durante le recite. In questo articolo proverò, con minimi riferimenti storici e bibliografici, a dare una generale inquadratura dell’influenza del marchio Adidas alle sottoculture urbane (quindi principalmente punk, skinhead e b-boy) e viceversa, dal momento che, come sostenuto correttamente dal designer e co-fondatore di marchi streetwear Paolo Coppolella: “E’ un circolo vizioso/virtuoso quello tra la ‘strada’ e la moda. Si influenzano reciprocamente: il sistema moda molto più di quanto si pensi si retroalimenta di fenomeni presi dalla strada – gang/crew/bande – e li trasforma in capi di abbigliamento simbolo in tendenze popolari”. 

Come tutti i fenomeni sociali, anche quelli riguardanti le culture giovanili assumono una certa rilevanza a livello sociologico, poiché mossi da ragioni prevalentemente legate alla voglia di rivalsa di una minoranza sociale osteggiata nell’affermazione di particolari diritti (lavoro, casa, integrazione) da parte dello Stato. E come tutte le “bande” in rivolta contro lo Stato oppressore, si dotano di codici, linguaggi e stili identificativi di appartenenza. Come scrive in un’intervista giustamente Mauro Bonvicini (musicista e studioso delle mode ideologizzate): “una sottocultura senza apparato critico -filosofia?- è una semplice moda, mentre quando viene a mancare la dimensione estetica e si privilegia una visione del mondo che è inevitabilmente antagonista siamo di fronte a mera ideologia. La sottocultura è quindi il giusto bilanciamento di simbolismo stilistico, dinamica aggregativa e, appunto, sensibilità antagonista.” 

Se quello che cercate è un articolo alla Vice ‘dimmi che scarpe indossi e ti dirò che musica ascolti’, allora avete sbagliato posto. Se invece vogliamo capire insieme come mai Adidas appartiene ai suddetti codici stilistici delle sotto culture, forse questo articolo – senza alcuna volontà pretenziosa di esaurire un discorso estremamente ampio – può essere un primo spunto.

C’era una volta…

Le origini di Adidas risalgono al 1924, quando Adolf Dassler fondò un’azienda calzaturiera con suo fratello Rudolf, la Gebrüder Dassler Schuhfabrik. L’idea era quella di creare scarpe specifiche per lo sport, che potessero offrire il massimo comfort agli atleti e proteggerli dagli infortuni. All’inizio le bande laterali erano solo due e partivano da una necessità puramente funzionale: servivano a mantenere e sostenere la struttura della scarpa sulla zona centrale della tomaia ma divennero anche un segno distintivo dell’azienda. Per anni la ditta familiare andò bene, ma lo scoppio della II° Guerra Mondiale diede inizio ad una rivalità tra i due fratelli che avevano idee molto diverse su come relazionarsi col nascente Reich: Adolf non aveva alcuna intenzione di trasformare la sua fabbrica di calzature sportive in una per stivali da guerra per chi, da lì a breve, avrebbe calpestato l’Europa e milioni di cadaveri sul suo cammino di conquista. Rudolf invece fiutava l’affare, poter diventare i principali fornitori di calzature per il nuovo grande impero tedesco lo allettava e parecchio. Nel 1947 ognuno prese la sua strada, Rudolf fondò la nuova azienda RuDa (ribattezzata poi PUMA per via del suono più orecchiabile) e Adolf iniziò la storia dell’ Adidas il cui nome nasce proprio dall’unione del suo soprannome e cognome: Adi Dassler. Fondata la nuova azienda, Adi non poteva però più utilizzare le due strisce laterali. La soluzione fu aggiungere una terza striscia nel mezzo e dare vita alle iconiche 3 stripes. Rudolf invece le prese entrambe e le piegò in diagonale creando quello che fu il primo logo della Puma. Persino la cittadina di Herzogenaurach si divise sulla questione, e fu soprannominata “la città dei colli piegati” perché la gente guardava continuamente le scarpe calzate dagli altri per capire per chi parteggiava. I due fratelli non si riconciliarono mai e, benché siano sepolti nello stesso cimitero, le loro tombe sono agli angoli opposti del campo santo.


Da quel momento in poi il successo di Adidas fu una strada in salita, costellata di piccole grandi rivoluzioni: nei primi anni, la nuova azienda si concentrò a migliorare i materiali utilizzati, la struttura del design e la ricerca di forme ergonomiche. Una delle rivoluzioni principali del marchio fu introdurre i ‘tacchetti’ nelle scarpe da calcio e i ‘chiodini’ in quelle da corsa, in entrambi i casi per aumentare il grip del piede sul terreno. Fu nel 1970, quando Adidas iniziò ad utilizzare tecnologie moderne come la gomma in EVA, che le prestazioni delle sue calzature raggiunsero l’apice e si affermarono in maniera massiccia oltre che in Europa anche nel mondo. 

Nel frattempo però, nei primi anni Settanta, altre aziende si facevano conoscere nel mondo ed aumentava la concorrenza nel campo del footwear, soprattutto con Onitsuka dal Giappone e la rivalità con l’azienda Puma di suo fratello, tanto da sentire la necessità di reinventare il proprio brand e creare un logo dinamico che potesse mostrare al mondo una Adidas rinnovata, diversa e all’avanguardia. È proprio in questo periodo che nasce il leggendario Trifoglio o “tres foil”. Tre foglie che si uniscono in una figura di una pianta, tagliata al centro in orizzontale con le immancabili 3 strisce a simboleggiare lo spirito olimpico: forza, lealtà, sacrificio. Il logo fu usato nel periodo 72-97 e solo nel 1991 venne affiancato dall’altro, per la linea Equipment noto come “la piramide” composto da tre spesse bande diagonali che è il principale logo con cui attualmente produce l’azienda.

Le 3 Strisce hanno saputo affermarsi in tanti contesti diversi, dallo sport all’atletica, fino al mondo della musica, della moda e dell’arte. Sono state adottate come simbolo per l’identità di svariate sottoculture underground e mainstream, e continuano a proporre design all’avanguardia per l’era contemporanea. La praticità, la versatilità e la flessibilità sono gli elementi che hanno permesso al logo di adattarsi ad ogni tipo di contesto fino a diventare un’icona mondiale.

MUSICA E ADIDAS

Il legame tra le due, fa strano a dirsi se pensiamo all’immaginario di tendenza nei concerti attuali, non appartiene storicamente alle sottoculture skinhead e punk, ma è proprio di quelle culture stradaiole in qualche modo legate alla pratica sportiva: hip-hop per via del basket e dello skate e i rudeboys per via del calcio e dell’atletica. Non è un caso, rimanendo sul tema estetico, che i primi punk e skinheads adottino una moda estranea ai canoni imperanti: attraverso il peso simbolico dato a questo aspetto da un lato si marca anche visibilmente il confine tra “noi” e la società che per comodità possiamo definire borghese, e dall’altro ci si riconosce tra pari esaltando quella sensazione di costituire un mondo a parte che poi è alla base di ogni pulsione sottoculturale. Adidas, come abbiamo accennato, negli anni ’70 (quindi nella Golden era del movimento skinhead e nel periodo di esplosione del punk) era un brand più che affermato, che occupava le pubblicità in Europa e nel mondo, che creava abbigliamento sportivo indossato dalla gente comune per correre o praticare sport imitando icone mondiali; non poteva essere usato come elemento distintivo di rottura con la società borghese. Un terzo caso furono i Casuals il cui rapporto col marchio a tre strisce deriva ovviamente anche in questo caso da un legame con lo sport e l’abbigliamento sportivo, sebbene non praticato direttamente.

ADIDAS E HIP HOP

Il primo modello di scarpe ad essere adottato nelle strade in modo massiccio e diffuso, per via di un imponente operazione di marketing, fu quello delle Superstar ed avvenne in pieni anni ’80 in America. Questo iconico modello Adidas è caratterizzato da un softprotect nel tallone, spessa linguetta imbottita sul davanti, lacci enormi, l’identificativa punta in gomma rinforzata a conchiglia – da qui il soprannome shell shoe – e le 3 strisce sui fianchi. Nacque nel 1969 come scarpe da basket basse in pelle e immediatamente furono scelte dal famoso giocatore dei Lakers Kareem Abdul-Jabbar. 15 anni dopo furono l’oggetto di uno storico accordo commerciale: per la prima volta nella storia, un marchio sportivo ideatore di abbigliamento tecnico firma un contratto di sponsorizzazione non con un atleta ma bensì con una band musicale. Infatti, dopo che il gruppo Run DMC gli dedicò addirittura la canzone “My adidas” e un video in cui comparivano interamente vestiti a strisce con le Superstar ai piedi, riconoscendo il grande potenziale commerciale di questi artisti, il brand tedesco fece loro firmare un contratto da 1 milione di dollari e così i Run DMC divennero i primi ambasciatori non sportivi di una marca di attrezzatura sportiva lanciando al contempo la moda della linguetta in avanti senza stringhe: “With no shoe string in em, I did not win em”. A metà degli anni ’90 le Superstar erano così popolari che arrivarono perfino a conquistare il mondo dello skateboarding schiacciando il mito Vans ed iniziando a comparire ovunque ai piedi degli skater e rapper.

E i liceali, che si potevano atteggiare a b-boy aggiungendo i famosi fat laces alla silhouette. Queste sneakers rappresentavano il simbolo dell’appartenenza ad un club, ad una nicchia esclusiva di cui tutti volevano formarne parte, specialmente negli States. Possiamo dire che la Adidas Superstar sia stata la prima grande sneaker universale.

ADIDAS E RUDEBOYS

Nell’affrontare il tema delle subculture giovanili non ci si può non far riferimento a uno dei casi storici tra i più rappresentativi fra i fenomeni sociali suburbani giovanili, quello riguardante la cultura ”Rude Boy”, in auge in Jamaica a partire dagli anni ’50/’60 e trasferitosi nei primissimi ’70 in Inghilterra. I rappresentanti di tale subcultura giovanile, tendevano ad identificarsi nelle credenziali culturali tipicamente incarnate nella musica giamaicana (ska, rocksteady e reggae) e nelle regole della vita di strada. Con riferimento alla vita di strada, incentrata principalmente in scenari malavitosi e loschi alle soglie della povertà, i ragazzi erano principalmente spacciatori di marijuana e/o sicari legati alla malavita. Come sottolinea in un articolo il giornalista Mario Giancristoforo: “l’iconografia della malavita esercitata su questa subcultura giovanile è rintracciabile nel classico abbigliamento da gangster (coppola, giacca a tre bottoni elegante e scarpe nere). A quei tempi, in Jamaica, i rude boy tendevano a riempire le sale da ballo e a sfidarsi tra loro in lotte a colpi di musica,  fino al degenerare totale della situazione in sparatorie e coltellate tra gang atte liberamente a impedire il regolare svolgimento delle serate”. I rude emigrati in Inghilterra, che si erano insediati sopratutto nei quartieri operai inglesi e della periferia e che si trovarono a contatto con altre suottoculture (Mod), appartenenti anch’esse alla classe operaia, importarono principalmente queste due cose: lo stile del vestire e l’attitudine stradaiola. Rude e mod frequentavano gli stessi ambienti e lentamente cominciarono a mescolarsi dando vita alla subcultura Hard-Mod (versione più estrema della cultura Mod, che ereditò dalla cultura rude proprio influenze riguardanti il vestiario e la cultura). In seguito, la nuova subcultura giovanile hard-mod evolverà in ciò che sarà il movimento skinhead. I giovani rudeboys subivano il fascino di icone sportive e musicali che avevano riscosso enorme successo fuori dalla piccola isola caraibica: musicisti reggae come Robert Bob Marley e atleti fenomenali come Lennox Miller erano i principali prodotti per cui fosse nota nel mondo la Jamaica, oltre la marijuana. E musicisti ed atleti avevano in comune, oltre all’origine caraibica, solo una cosa: le Adidas ai piedi. “Al primo posto c’è la musica. Sopra ogni cosa c’è la musica, per me, e niente potrà mai superarla. Ma subito dopo c’è il calcio. Perché il calcio è libertà”. Possiamo partire da questa citazione di Bob Marley per far capire l’importanza del calcio nella sua vita e di come questa sia sfociata nella devozione verso Adidas. Il cantante jamaicano non ha mai nascosto il suo amore questo sport, nella quotidianità si vestiva come se fosse sempre pronto per una partita di calcio. Moltissime le foto che lo ritraggono mentre gioca con amici nei campetti con questo outfit. Parallelamente, moltissimi atleti afro-americani, alle Olimpiadi di Messico ’68 e Monaco ’72, sfornano successi sportivi clamorosi, abbassando record mondiali e regalando prestazioni eccezionali per portata sportiva e sociale (di cui il pugno chiuso di Tommie Smith dopo il record del mondo nei 100m piani è solo un esempio). Essere afro, in quel periodo, significava guardare a quelle icone e tutte avevano ai piedi scarpe Adidas, dal saltatore Bob Beamon  al velocista Melvin Pender. Adidas in quelle edizioni dei giochi, dominava la sponsorizzazione di atleti vincenti. I rudeboys iniziano a indossare le uniche scarpe Adidas nere e lucide (come imponeva l’outfit da “criminale” di strada) prodotte all’epoca: le Adidas Samba, eleganti in strada e comode nelle sale da ballo.

ADIDAS E TERRACES

Il terzo caso, ovvero quello della cultura Casual, è enormemente più vasto ed un’altrettanto vasta bibliografia prova a ripercorrerne gli aspetti cruciali. Qui ci limiteremo a raccontarne i momenti più significativi, partendo dallo slogan identificativo che come un mantra ricorre nella genesi di queste firm: “Vestirsi bene, comportarsi male”. Questo ideale e intimamente connesso stile di vita, nacque attorno agli anni 80, in Inghilterra – principalmente tra Liverpool, Manchester ed Aberdenn – dove il fenomeno degli scontri tra hooligans negli anni precedenti era dilagato al punto da raggiungere dimensioni preoccupanti anche per il Governo centrale. Il movimento prende piede sulle terraces degli stadi locali, cioè sulle gradinate, frequentate dai famigerati hooligans, teste rasate (skinhead) e hard mod, sempre in cerca dello scontro con la polizia o coi tifosi avversari. Davanti alla dilagante violenza negli stadi e fuori, la polizia corse ai ripari, spesso arrivando ad arrestare a campione, anche in maniera massiccia, ragazzi che portavano indosso i colori della propria squadra e corrispondenti a questi canoni estetici: testa rasata, cappotto crombie ed anfibi. La quantità di foto di giovani skinhead fermati per strada, fuori dai pub ed in prossimità degli stadi, costretti a spogliarsi, togliere cinture, sciarpe e cappotti, persino i lacci ai propri boots, subire perquisizioni personali ed essere tradotti nelle centrali di polizia, sono innumerevoli. Gli hooligans quindi, per non essere più facilmente identificati e mescolarsi con gli altri tifosi così da poter continuare a seguire la propria squadra, cominciarono a vestirsi con i classici indumenti “dell’uomo medio” inglese, appassionato di sport della domenica e non di football: il maglione della Lyle&Scott come chi pratica il golf, la felpa Sergio Tacchini, Fila, la polo Fred Perry come chi segue il tennis, il cappotto Millemiglia della C.P. Company per l’automobilismo, le scarpe bianche Diadora o Adidas come chi segue l’atletica. Nel Regno Unito le Adidas spopolano in tutte le loro versioni, dalle popolarissime e coloratissime Gazelle – indossate e sfoggiate da star musicali e sportive in ogni occasione – alle prime City Series come Forest Hills, London ecc. mentre in Italia spopola sugli spalti la cultura della scarpa totalmente bianca. Un paio di sneakers particolarmente fortunate furono le Stan Smith: anche queste trovano la loro origine sui campi da tennis, e sono le prime scarpe realizzate, per questo sport, completamente in pelle. Vengono disegnate per Robert Haillet e mantengono il nome del tennista francese fino al 1971, anno del suo ritiro. Nel 1973 il tennista Stanley Roger Smith e Adolf Dassler si incontrarono fortuitamente in un locale parigino. Da quel momento, grazie ad una contraccambiata simpatia, inizierà la leggenda della scarpa simbolo per eccellenza del casualismo. Così, spostarsi dentro la metro o sui treni intercity vestiti in questa maniera consente di muoversi tra le città inglesi senza dare nell’occhio, sembrando un uomo qualunque che si sposta per vedere un match di tennis, per poi invece radunarsi con gli altri appartenenti alla firm davanti ad un pub nemico e cercare lo scontro coi tifosi opposti. Ad oggi, la cultura Casuals, presenta diverse controversie della sua essenza che, brevemente, possono essere riassunte in tre punti: il primo è il paradosso economico di uno stile che nasce dalla e per la working class, ma che fa propri elementi tipici della borghesia se non dell’aristocrazia (come costosissime marche quali Burberry, Aquascutum, Stone Island etc.); il secondo è quello della commistione ed influenza subita da uno degli sport più nobili al mondo, senza veri e propri “supporters”, in cui anzi è il silenzio a dominare la scena, ovvero il tennis. Le marche indossate dai tennisti sono le stesse che il sabato colorano gli stadi del Regno Unito: la maglia Fila o gli indumenti Sergio Tacchini, con il suo tipico color “bianco, bianchissimo” à la McEnroe, vanno per la maggiore. Il terzo e forse più importante è quello inerente alla genesi di tutto ciò, lo scopo ultimo per cui essere casual: con il passare degli anni, la meticolosità dei casuals nella scelta dell’abbigliamento trasforma la copertura in vera e propria divisa. L’intento originario delle tifoserie casuals, quello cioè di sfuggire agli occhi dalla polizia, diventa già dagli anni Novanta causa primaria del proprio riconoscimento fuori dallo stadio, perdendo di fatto lo scopo finale del tutto.

ADIDAS E PUNK

Il mondo della musica e quello della moda cambiano per sempre nell’estate del 1977. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, Londra e New York vacillavano nello stesso momento sull’orlo di un collasso socioeconomico: mentre la capitale britannica era in ginocchio colpita da continui attentati dell’IRA e Margaret Thatcher stava per esercitare la Legge del pugno di ferro, New York era sull’orlo del caos, alle prese con lunghe serie di omicidi, i continui blackout, le razzie nei negozi. Improvvisamente, l’atmosfera di benessere economico e dell’ottimismo degli anni 70, gli hippies dai lunghi capelli e le discoteche pacchiane con la musica dance non esercitavano più alcun fascino sui giovani, che impauriti dall’assenza di un futuro concreto mandano all’aria codici sociali ed estetici. Era arrivato il punk: una reazione sociale contro il capitalismo e il conformismo senza precedenti e di proporzioni eccezionali, che ridefiniscono un’intera generazione di giovani scontenti. Nel giro di poche settimane uscì, uno dopo l’altro, una decina di album punk fondamentali. Londra aveva i Clash, i Damned e i Sex Pistols, mentre a New York si diffondeva la musica innovativa e pionieristica di Johnny Thunders & The Heartbreakers e dei Ramones. E, ovviamente, mentre il punk diventava la colonna sonora di una generazione insoddisfatta, il suo look ne divenne l’uniforme. A Londra il punk aveva un look di tipo oltraggista: più l’abbigliamento era sfrontato, scioccante e inquietante, meglio era. Il pvc e l’armamentario sadomaso divennero la regola e il makeup per le ragazze muta radicalmente passando dal glitter colorato da discoteca a una lucida e feroce pittura nera di guerra. Nel frattempo, jeans stretti e cinghie bondage, collari, camicie strappate e spille imponevano agli uomini la rottura delle distinzioni di genere e delle regole sociali. Ai piedi c’erano le Dr Martens, le scarpe di Sid Vicious e degli Who. Sono loro ad indossare le Dr. Martens 1460 per primi. Pete Townshend, fondatore della band, le rese la sua calzatura preferita. Nella canzone “Uniforms (Corp d’Esprit)”, la band parla dei celebri boots made in England cantando “Wear your braces round your seat / Doctor Martens on your feet / Keep your barnet very neat / For credibility on street”. Negli anni ’80 i punk, che spesso utilizzavano in alternativa esclusivamente Converse o Creeper, fecero diventare le Dr. Martens le loro scarpe ufficiali, ben visibili nel ‘82 ai piedi del cantante Joe Strummer nel video di “Rock The Casbah”, come addosso a Sid Vicious, ai Rolling Stones o ai Damned. I vestiti infatti, non si limitano mai ad essere esclusivamente abiti da indossare, ma sono riconducibili sempre anche ad un’immagine del sé che si vuole offrire verso l’esterno; esprimo cioè, un messaggio, un codice, un valore soggettivo ed oggettivo. In questo senso, tali abiti così oltraggiosi, possono negare o disturbare un contesto sociale normalizzato dal punto di vista della coerenza e della razionalità, come una pratica che scombina una cosa ordinata e ne ribalta il modello su cui poggia. Si prende un oggetto che tutti hanno, usano o indossano (che sia una t-shirt o una spilla da balia) e lo si strappa, rovescia, ribalta. In questa ottica sovversiva, di creazione di un immaginario altro e alternativo, spazio per il brand a tre strisce, non ce n’era.

ADIDAS E SKINHEAD

Arriviamo così a snocciolare la parte più importante dell’articolo: ad oggi, è opinione comune che indossare Adidas – per lo più Samba – sia sinonimo di appartenenza alla sottocultura skinhead. Persino Wikipedia cita questo indumento nell’armamentario identificativo dello skin moderno! Aldilà delle valutazioni attuali sul ritorno in auge di questo modello e l’invasione del mercato moderno (principalmente dovuto all’operazione commerciale di Bella Hadid, supermodella americana da 56mln di followers che nell’estate 2022 ha sfoggiato questo capo in diverse occasioni e con molteplici abbinamenti provocanti riscuotendo enorme popolarità tra i giovani ed arrivando ad influenzare altre star come Hailey Beiber e Kate Moss) rimanendo nel movimento underground, esulando dalla moda mainstream, oggi tutti siamo soliti associare le Samba agli skinhead. Ma questo avviene esclusivamente in epoca moderna! Bisogna infatti, differenziare due momenti del culto skinhead: la prima fase, meglio nota come Spirit of ’69 e una seconda più recente. Quando il culto skinhead nasce, nessuno indossava le Adidas, anzi! Come analizza correttamente Flavio Frezza nel suo Italia Skins: “nel 1969 la sottocultura skin era ormai altra cosa rispetto a quella mod. L’aspetto esteriore era codificato – anche se naturalmente non aveva cessato di evolversi – e il termine skinhead si era ormai imposto. […] I capelli erano corti, a volte cortissimi ma non a zero. Gli scarponi indossati erano inizialmente quelli da lavoro o dell’esercito, a otto o a dieci buchi, preferibilmente con la punta in acciaio, la quale tornava particolarmente utile in caso di risse e aggressioni: soltanto in un secondo momento si diffusero i più comodi Dr. Martens. Tra i modelli di camicie in voga in quegli anni, nel tempo prevalsero le buttondown a quadri o righe, oppure bianche, soprattutto della marca Ben Sherman. Altri elementi caratterizzanti erano le polo da tennis di marca Fred Perry e le bretelle strette”. Si trattava in definitiva di un aspetto duro e pulito, la cui essenza era riassumibile nel motto ‘dress hard, dress smart’. In questi primi anni essere skinhead consentiva una sorta di libertà sul modo di vestire (tra t-shirt o camicie, bretelle indossate o meno, cappotto modello crombie o harringhton) ma non era transigente sulle scarpe: tutti i ragazzi che appartenevano a crew di skins indossavano scarponi ai piedi. Nel suo “Spirit of ’69 – la bibbia skinhead” George Marshall, nell’ultima parte del libro alfabetizza un elenco dove riassume in ordine tutti i codici identificativi del culto skinhead e passando dal taglio Chelsea ai Monkey boots, fino ai tatuaggi e il colore delle bretelle, non cita nulla riguardo le Samba (pur già esistenti, visto che la loro creazione risale al 1949, con ammodernamento nel ’54 e massiccia immissione nel mercato intorno al ’63-’64) e non parla in alcun modo di roba Adidas. Nel suo secondo libro, anch’esso di riferimento per il movimento skinhead internazionale, sempre George Marshall scrive in merito a chi indossava Adidas, usando toni dispregiativi, che: “We were still most definitely a bootboy crew and still wore DMs, the most important part of the bootboy uniform. There were others in different towns who called themselves bootboys, but they didn’t look the part in desert boots, Adidas trainers, flared Levi’s, and leather jackets. (Noi eravamo ancora una crew di bootboys e vestivamo ancora coi Dr.Martens, la parte più importante dell’uniforme di un bootboy. C’erano anche altri in altre città che si facevano chiamare bootboys, ma loro non erano del nostro giro, indossavano scarpe Adidas, jeans Levi’s e giacche di pelle)”. Eppure, di foto di skinheads negli anni ’90 vestiti Adidas dalla t-shirt alle scarpe, ne sono pieni gli archivi. In effetti nella sua seconda ondata, nota come ‘periodo revival’ e corrispondente alla seconda metà degli anni Ottanta, anche lo stile skinhead cambia ed evolve. In particolare adottando elementi provenienti dal mondo militaresco; troviamo quindi l’inserimento nel vestiario di articoli come il bomber da aviatore, il pantalone mimetico largo con le tasche e le toppe ricamate, che tolgono spazio agli eleganti crombie, alle bretelle e agli anfibi lucidi. Nello stesso periodo il culto skin approda oltreoceano, negli States, dove si diffonde alimentato da band fondamentali del panorama Oi! internazionale quali Warzone, Agnostic Front, Doug & the Slugz ecc. E sempre nello stesso periodo, il culto skin si era largamente diffuso anche in Europa, arrivando in Italia (sull’argomento consiglio il già citato libro di Flavio Frezza Italia Skins: appunti e testimonianze sulla scena skinhead dalla metà degli anni ’80), Spagna e Francia. 

E’ estremamente difficile stabilire cosa abbia influenzato cosa, se sia nato prima l’uovo o la gallina, ma per capire come mai il brand Adidas sia stato adottato in modo così massiccio dalla seconda ondata skinhead, dobbiamo considerare alcuni fattori, che provo ad enucleare: in primo luogo negli USA lo stile militaresco (tipico) si interseca alla scena skinhead proveniente dalla Gran Bretagna generando ciò che poi prese il nome di American Oi! hardcore. Alcuni membri di riferimento per la scena, come Raymond Raybeez Barbieri furono persino veterani del U.S.Army. Altri, come racconta lo stesso Miret, vivevano in case occupate dei sobborghi e dei ghetti delle grandi metropoli, in mezzo a topi e mendicanti. Non avevano disponibilità economica per vestire di marca Ben Sherman o Fred Perry, ed iniziarono dunque a preferire – o farsi andar bene – jeans varichinati e t-shirt autoprodotte, anfibioni recuperati dalla leva o indumenti rubati nei negozi (quindi di marche commerciali come Adidas). In secondo luogo, esclusivamente nei paesi europei, lo stile militaresco divenne talvolta necessario, per via dell’acuirsi delle guerre tra bande che – seppur siano sempre esistite all’interno del culto skinhead, spesso tra gang rivali e per ragioni territoriali –  nel periodo revival assumono maggior importanza poiché connotate politicamente; in altre parole redskins e bonheads nazi incominciano a farsi letteralmente la guerra, con agguati, risse, assalti ai luoghi di riferimento e omicidi; l’abbigliamento inevitabilmente ne risente e rispecchia queste dinamiche. La camicia e le bretelle lasciano il posto ai più comodi jeans e t-shirt, persino tute acetate (in merito alle modalità di vestire e di procacciarsi indumenti, consiglio la visione di Antifa Cacciatori di nazi – Chasseur de Nazi, documentario disponibile su YouTube). Inoltre, come terzo fattore, c’è da considerare la commistione che avevano negli Ottanta skinhead ed ultras (o hooligan nel Regno Unito). Analisi che va fatta distintamente: in Europa, il fenomeno ultras negli anni Ottanta attraversa forse la sua fase più imponente, diventando ciò che ancora per molti significa essere ultras; trasferte oceaniche, tamburi e fumogeni a colorare, appartenenza al gruppo e ricerca dello scontro con l’avversario. Mi permetto di spingermi oltre: queste modalità sembrano funzionare, per via anche dell’incapacità delle forze repressive di capire e prevedere il fenomeno; è in questo periodo che si registrano episodi storici e cruciali (nel bene e nel male) del movimento ultras europeo, per quantità di masse mobilitate e per livello di violenza. E gli anni Ottanta pervadono le curve anche nell’abbigliamento. Non occorre essere skinhead per rappresentare la parte dura del tifo: altre sottoculture, con le loro caratteristiche stilistiche, invadono le gradinate e appagano ugualmente i giovani tifosi (mods, freak, teddy boys etc). In Inghilterra invece si assiste alla prima ondata del Casualismo, come accennato precedentemente, grazie alla quale i giovani skin che ancora frequentano le terraces capiscono che “ammorbidendo” il loro stile, riescono a continuare a frequentare le curve nonostante la guerra all’hooliganismo imposta dal Football Spettactors Act di Margaret Thatcher (sull’argomento consiglio la lettura dell’articolo di Indro Pajaro sulla rivista web Ultimo Uomo). E il casualismo inglese “impone” le scarpe Adidas, coloratissime e vistose. Forse troppo per gli skin abituati al nero lucido dello scarpone. Le sneakers Samba sembrerebbero essere il giusto compromesso. Infine, come quarto ed ultimo elemento, c’è da ricordare la commistione che il culto skin, col passare del tempo, subisce insieme ad altri fenomeni culturali e musicali, in primis quello della Black Music da cui è generato e a cui per sempre è legato, ed in secundis quello col punk hardcore ’90. Nel primo caso abbiamo già analizzato la presenza del brand a tre strisce, nel secondo caso c’è da aggiungere qualcosa. Perché, se è vero che i punk ’82 vestivano di jeans neri strappati, chiodi con le spille e stivaloni Dr.Martens, l’hardcore anni ’90 introduce nel vestiario indumenti di brand squisitamente americani e tipicamente sportivi, rivoluzionando – in tal senso – la concezione prettamente punk dell’essere “alternativi”.  Felpe Champion, t-shirt Converse, camicione a scacchi Vans fanno prepotentemente il loro ingresso sulla scena punk. Con esse anche tute Nike, Reebok ed Adidas.  Tutti coloro – skinhead da molti anni – ai quali ho chiesto come mai indossassero Samba e da dove proveniva secondo loro tale scelta, se fosse influenzata o meno da qualcosa, hanno risposto in modo differente. Ma senza dubbio le percentuali vanno a favore del motivo ‘legame con lo stadio’. Alcuni hanno riposto che era frequente vedere ragazzi ballare soul e black music ai raduni e alle serate mod con anfibi bassi 1461 o Adidas lucide, dai modelli eleganti, quali appunto Samba o Beckenbauer o Munchen. Molti invece, hanno additato il motivo al legame con la cultura casual, con la frequentazione delle gradinate e una non-necessità di doversi tutelare in caso di aggressioni e risse (oggettivamente, col passare degli anni, sempre meno frequenti all’interno della scena skinhead e ultras). Negli anni Novanta molte tifoserie iniziano a fare del casualismo un vero e proprio culto e frequentare le curve significava farsi influenzare da questo stile.

Quale che sia il motivo per cui un brand commerciale ha saputo affermarsi in maniera così preponderante all’interno dello stile di una sottocultura di nicchia, permettetemi un pensiero di conclusione: Adidas è un brand nonchè una delle multinazionali più grandi del pianeta, uno dei tanti motori dell’attuale economia globale, una ditta con migliaia di dipendenti, affari, sedi industriali e aziende in tutto il pianeta. Motivi che ci spingono a guardarla sempre con occhio critico e spirito di contestazione, poiché la logica che sottende ai suoi affari è quella del capitale: accumulo delle ricchezze, sfruttamento della forza lavoro, tagli sui diritti dei lavoratori, inquinamento del pianeta ed infinite altre nefandezze. Allo stesso tempo è inutile negare che, almeno in passato, Adidas è stata avvicinata ad idee “di sinistra”: questo per via della sponsorizzazione per paesi comunisti, socialisti, apertamente anti-Usa (dalla DDR, passando per Cuba, Venezuela, la stessa Unione Sovietica fino al 1991 ed altri) ed in anni in cui altre multinazionali preferivano evitare. Anche in tempi più recenti Adidas ha preso posizioni pubbliche riguardo alcuni temi sociali come i diritti civili, la tutela dell’ambiente, l’inclusività dei soggetti disabili, la lotta alle discriminazioni razziali fuori e dentro i campi da gioco, persino sulla questione Israelo-palestinese. Ma rimane una multinazionale – il maggiore produttore di abbigliamento sportivo in Europa e il secondo a livello mondiale – e lo scetticismo è d’obbligo perchè ogni tipo di “washing” è sempre funzionale al capitale, alle sue vendite mirate all’affermarsi in altre fette di mercato vergini. La critica anti-capitalista deve sottendere ad ogni ragionamento sullo stile delle nostre sottoculture. Resta dunque, semplicemente, un brand capace (con una certa linea di design) di far brillare gli occhi dei kids che, consapevoli delle infinite contraddizioni che questo sistema economico ci impone, indossano Adidas just for standing, not for running.

Articolo scritto da Andre Ardecore, frutto di mesi di ricerca e di lavoro.

https://instagram.com/andre_core_?igshid=YmMyMTA2M2Y

originariamente pubblicato sul sito di Radio Punk al seguente link:

https://www.radiopunk.it/perche-indossiamo-adidas-storia-un-marchio-iconico-nelle-sottoculture/


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