«Giocava
col pallone prima di camminare»
Mamma
Fiorella racconta l’infanzia di Capitan Totti
di
MARIA LOMBARDI
21
giugno 2001
«Venerdì
sera Francesco mi ha detto: mamma, domenica all’Olimpico ti voglio vedere
con la mia maglietta. Ma stai scherzando?, gli ho risposto, tu lo sai che
non mi va di mettermi in mostra, allo stadio mi conoscono tutti... E lui
insisteva. Quella notte pensavo: mio Dio, cosa devo fare? Mio figlio mi
chiede questo, non posso deluderlo, ma come faccio ad arrivare lì
con la maglietta addosso. Alla fine l’ho accontentato e per non farmi riconoscere
ho indossato un cappellino nero e gli occhiali scuri. Ero tesa, ma dentro
di me molto serena. Quando l’ho visto entrare in campo, mi sono commossa.
E’ stato come un flash, mi sono passate davanti, in un attimo, le immagini
di Francesco piccolo che giocava a pallone, i suoi primi allenamenti. M’è
tornato in mente quella volta che ancora ragazzino, quando aveva appena
cominciato a giocare con la Roma, mi disse: voglio fare un gol l’ultima
giornata dello scudetto. Sognava e il suo sogno s’è avverato. Poi
ha fatto il gol e io ho avuto un attimo di sbandamento, tant’era la gioia.
Mi è caduto il cappellino e tutti mi hanno riconosciuta. Guarda
la mamma di Totti, urlavano. Ma era così bello...A fine partita
sono esplosa, pensavo allo zio che non c’è più, era un tifoso
romanista e come gli sarebbe piaciuto vedere Francesco, pensavo ai nonni.
Ho pianto».
E
adesso che il sogno di Francesco non è più soltanto un sogno,
mamma Fiorella racconta quant’è esaltante e quant’è difficile
essere la mamma di un campione. «Adesso, sono stressata e stanca.
Sono sfinita. Da giorni, davanti casa c’è una fila di tifosi. Suonano
al citofono, fanno caroselli con la macchina. Per carità, è
tutto bellissimo e dobbiamo goderci questi momenti. Ma dobbiamo goderceli
in famiglia, tra di noi. Appena fuori dal cancello, tocca indossare una
bella corazza. E devi stare attenta a quello che dici, e devi stare attenta
a quello che fai perché nessuno ti perdona niente. Io sono una donna
riservata e semplice, sono schietta e mi piace dire tutto quello che penso.
Odio le ipocrisie. Sono una donna serena e questa serenità, il mio
cammino di fede, penso di essere riuscita a trasmetterli ai miei figli.
Meriti? No, io non ho nessun merito. Il merito è tutto di Francesco.
Lui è bello e ricco dentro, ha un carattere così forte. Chi
poteva immaginare tutto questo? Ma lui voleva arrivare e questo desiderio
se lo teneva per sè, nemmeno noi ci siamo resi conti subito quanto
era determinato».
E’
cominciato tutto per caso, ricorda Fiorella. «Sì, per caso.
Abitavamo a via Vetulonia, con i miei genitori. Stavano molto male tutti
e due e io non volevo che Francesco vedesse i nonni soffrire, così
lo portavo a giocare a pallone. Dapprima sotto casa, poi a sei anni alla
Smit di Trastevere e poi più tardi alla Lodigiani. Ma si vedeva
sin da piccolo che era forte di gambe. Quando aveva nove mesi siamo andati
in villeggiatura sull’Adriatico, lui camminava già sulla spiaggia
spingendo un pallone. Faceva ridere tutti, ho ancora le foto. Il pallone,
lui, ce l’aveva dentro. Ma Francesco da piccolo pensava solo a giocare
e divertirsi. Lo accompagnavo in macchina agli allenamenti, prima due volte
a settimana, poi quando è passato alla Lodigiani tutti i giorni.
Da San Giovanni a San Basilio, ogni pomeriggio. Portavo lui e il suo compagno
Giuseppe Capano. Non lavoravo, mi dedicavo ai miei figli e i miei genitori.
Certo sono stati sacrifici, ma sacrifici d’amore che non mi sono pesati.
E poi io pensavo sempre che era meglio portarlo fuori che tenerlo a casa
con i nonni malati».
«Finito
l’allenamento lo accompagnavo al catechismo e gli imponevo di fare i compiti.
Gli ripetevo: Francesco, tre sono le cose più importanti, la famiglia,
lo studio e il calcio. Se dovevo punirlo, gli vietavo di giocare a pallone
e lui soffriva. Poi è passato alla Roma, ma noi siamo rimasti sempre
con i piedi per terra, vivevamo questa avventura con serenità, senza
affanni. Quante mamme deluse ho visto in quegli anni. Ma lui andava avanti
e sotto casa, a via Vetulonia, cominciavano gli assedi dei tifosi. Alla
fine non ne potevamo più di vivere lì. Francesco ha comprato
questa grande casa fuori Roma e ha voluto che tutti andassimo a vivere
con lui, io, il padre e anche il fratello Riccardo con la moglie Laura.
Riccardo era un po’ perplesso, ma Francesco insisteva: mamma, convincilo,
deve starmi vicino. Così viviamo tutti insieme e insieme abbiamo
superato i momenti più stressanti, e ce ne sono stati tanti quest’anno.
L’ultimo mese ci siamo imposti di non parlare mai di calcio con lui, organizzavamo
le cene con gli amici, facevamo le pizze per distrarlo. E ci siamo riusciti
perché anche gli ultimi giorni Francesco era tranquillo».
«Lui
ama la famiglia e stravede per Giulia, la nipotina di due anni. La sveglia
coprendola di baci, la chiama "la mia principessa". E anche Giula lo adora.
Quando Francesco la chiama, lei corre a baciarlo. Lui è felicissimo,
dice: questi sì che sono baci veri, perché lei non sa chi
sono io».
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DEDICA
DI ANGELO (ottobre 2004)
A FrancescoTotti.
Che siano passati già
10 anni da quel tuo primo bellissimo gol al Foggia, non mi sembra possibile.
Purtroppo, non sono passati
solo per te.
Allora avevo 26 anni,
oggi ne ho 36, eppure fremo ancora per quei colori, come fossi un bambino.
Inutile dirti che la
Roma, ha rappresentato e rappresenta per me, una parte di me stesso.
Non mi vergogno a dire
che, la mai tanto amata, in certi periodi tristi della mia vita ha significato,
un motivo per risollevarmi.
Mi definisco un Romanista
"antico", io.
Questo potrebbe significare
che, voi tutti calciatori moderni, non potete rappresentare nè un'
icona, nè un modello per nessuno.
Troppi soldi, troppi
sponsor, troppo prime donne, troppo privilegiati.
Alla luce di tutto questo
il Romanista "antico", dovrebbe fermare l'orologio della sua passione ad
Agostino, a Bruno Conti e a Roberto Pruzzo.
Mai un segno di insofferenza
verso la maglia, mai una dichiarazione fuori posto.
Vere bandiere, quei "calciatori
antichi"!
Ma anche loro non giocavano
per la gloria, ma percepivano i loro lauti stipendi.
Niente di paragonabile
a quelli che attualmente prendete voi "calciatori moderni", per carità,
ma comunque abbastanza "corposi" ad evitare "l'onta" di essere costratti
un giorno ad andare a lavorare.
Resta il problema quindi,
caro Francesco, di certe tue dichiarazioni, che grosso modo recitavano:
"Mi piacerebbe un giorno
indossare la maglia del Real Madrid", oppure "Se la Roma non fa una squadra
competitiva, potrei chiedere di giocare
altrove", o ancora "Berlusconi,
un giorno potrebbe essere il mio presidente".
Come interpretarle?
Semplicemente, come segni
di insofferenza verso un grande amore.
Alzi la mano chi tra
noi tifosi, non ha mai pronunciato la fatidica frase "Nun ce vengo più",
dopo una grossa delusione, che una volta digerita, ci ha spinto invece,
ad essere ancora e sempre presenti, al fianco della mai tanto amata, se
possibile, con più determinazione, ostinazione, convinzione ed amore.
Insofferenze verso un grande amore!
Che poi in mille altre
occasioni tu abbia dimostrato sia sul campo che nelle dichiarazioni (da
lacrime quelle, il giorno dello scudetto, dedicate ad Agostino, da GRANDISSIMO
CAPITANO a GRANDISSIMO CAPITANO), l'amore per la Roma, si tende molto più
facilmente a dimenticarlo.
Mai e dico mai, e chi
afferma il contrario peste lo colga, ti ho visto tirare indietro la gamba.
Mai e dico mai, ti ho
visto giocare solo per ben figurare a discapito del bene della Roma.
Mai e dico mai, dopo
l'ennesimo calcione rifilatoti, ti ho visto sparire dal campo.
Mai e dico mai, ti ho
visto risparmiarti in campo.
Mai e dico mai, ti ho
visto accettare una sconfitta.
Mai e dico mai, ti ho
visto non onorare la maglia che tu indossi per conto mio, e che è
INEQUIVOCABILMENTE è la NUMERO 10, e che tra 15 anni,
quando tu la smetterai
di indossare sarà INEQUIVOCABILMENTE la NUMERO 4!!!!!
Anche io tifo solo la
maglia, ma come nei migliori sogni di bambino, deve necessariamente avere
un numero dietro .... la NUMERO 10!
Ecco il nocciolo della
questione, quando vedo quelle maglie in campo torno bambino, ed essendo
un Romanista "antico", per me non è
fondamentale vincere,
ma combattere, lottare, non lasciare nulla di intentato; e come nella migliore
tradizione Romanista, hai calato il tuo centesimo, incredibile gol, non
per vincere una partita, un derby o uno scudetto (emozioni di plastica
tipiche da juventino), ma semplicemente per dare il là ad una rimonta
fatta di grinta, orgoglio, cuore.
Romanista vero!
Che poi questa rimonta
sia stata completata da un altro fatto della tua stessa pasta, anche questo
rientra nella migliore tradizione Romanista.
Che poi ci siano Romanisti
"moderni", che fino a ieri, e forse anche domani, continueranno ad affermare
che: non sei mai decisivo (?!?!), hai degli
atteggiamenti in campo
da coatto (?!?!?), hai vinto poco per essere considerato un campione (?!?!?!?!)
a questa, scusa Lorenzo, ma devo
necessariamente rispondere
con un grandissimo "Grazie al c...o!!!"), questo o quello a 20 anni erano
più forti di te quando avevi 20 anni(?!?!), pensasse a giocà
a pallone, invece de pensà al pallone d'oro(?!?!), etc. etc.
Non c'è una graduatoria
nell'essere Romanisti.
I Romanisti si differenziano
solo tra "antichi" e "moderni".
Quelli "moderni" di oggi,
saranno quelli "antichi" di domani, quando tra 20 anni, aprendo un libro
sulla storia della Roma, scopriranno che
tu sei semplicemente
il PIU' FORTE ROMANISTA DI TUTTI I TEMPI!!!!!!
Forse per i Romanisti
"antichi" già oggi, che sei solo alla metà del tuo cammino
da giocatore Romanista è così: non ci sono VOLK, AMADEI,
BERNARDINI, FERRARIS
IV, LOSI, DE SISTI, DI BARTOLOMEI, BRUNO CONTI, PRUZZO, VOLLER, GIANNINI
che tengano!
CORAGGIO, ALTRUISMO,
FANTASIA, ATTACCAMENTO: CON IL NUMERO DIECI CI VEDIAMO AI DUECENTO!
GRAZIE FRANCESCO!
P.S.
Volutamente, non ho fatto
riferimento alla tua "discreta" classe, perchè per quanto mi riguarda
non sono queste le cose che mi fanno amare un giocatore che indossa la
"mia" maglia. |