Inter/Roma 1-3 2006-07: De Rossi contro Stankovic
"Io te rompo er culo, testa di cazzo"
Daniele De Rossi insulta Stankovic (mpg)


2004/05 il 3-3 siglato da Daniele in Roma/Inter


Data di nascita:   24 luglio 1983
Luogo:  Roma
Peso:  78 kg
Altezza:  184.00 cm
Ruolo:  Centrocampista
Numero di maglia:  16


2005/06
Siena/Roma 0-2

Il gol e la corsa di De Rossi sotto la Sud
(4337 kb)

http://it.wikipedia.org/wiki/Daniele_De_Rossi
Roma/Brescia 2004/05
2004/05 Roma/Brescia


Roma/Inter finale Coppa Italia 2007-08
2010/11 Roma/Lazio 2-1 Coppa Italia, 4° derby consecutivo vinto
Bologna/Roma 2010/11 (sospesa)

2001-02 Roma 3 0
2002-03 Roma 4 2
2003-04 Roma 9 0
2004-05 Roma 30 2
2005-06 Roma 34 6
2006-07 Roma 36 2
2007-08 Roma 34 5
2008-09 Roma 33 3
2009-10 Roma 33 7
2010-11 Roma    

De Rossi nella Primavera
Daniele De Rossi bambino

INTERVISTA 30 APRILE 2007 DOPO ROMA/LAZIO
Parliamo della tua intervista a Sky. Non mi sembra tu abbia parlato in modo
tale da far risultare una spaccatura tra te e i tifosi.
"Io penso che non ci siano i presupposti per creare una spaccatura tra me e 
i tifosi, anche perché veramente mi danno tantissimo. Qualcosa penso di 
dargliela anche io a loro, ma loro mi hanno sempre amato tanto, anche nei
momenti in cui le cose non mi andavano bene a livello personale, mi sono
sempre stati vicino, non mi hanno mai fatto mancare l'appoggio. E mi è 
dispiaciuta questa cosa. Se l'hanno creata ad arte o c'è stato un 
fraintendimento e non mi sono espresso bene, questo non lo so".

Hai detto che umanamente parlando, ci sei rimasto male (per i fischi della
Sud dopo il derby, ndr)
"Io non ho mai pensato di delegittimare i tifosi di questo diritto che
hanno. Con tutto quello che ci danno, ci mancherebbe che ci straniamo subito appena ci fischiano. Secondo me in quel momento non era giusto, anche perché stavamo rientrando sotto la Curva, dopo esserci resi conto di non aver  salutato nessuno, dal sottopassaggio dei distinti. Volevamo salutare quelli che poi stanno sempre lì, che sono i ragazzi della curva. Io, come i miei compagni, stavamo tutti per rientrare. Magari qualcuno ha sentito qualche fischio è non è rientrato per niente, è andato direttamente negli spogliatoi. Lo sfogo che ho avuto io non è stato neanche uno sfogo, alla fine. Quando è finita la partita, i fischi li abbiamo sentiti subito e 
quelli sono rivolti alla squadra. E noi come squadra li accettiamo. Quando
sono rientrato per salutare i tifosi, e non è stata solo una questione di 
fischi, è stata anche una questione direttamente a me che ero rientrato, c'è
stato qualche fischio e qualche parola, tipo 'buffone', 'venduto' e quello
mi ha fatto più male. Perché non era una cosa generale, un gesto di 
nervosismo che avevano i tifosi, o una cosa quasi isterica che fischiavano
per il nervoso di non aver vinto il derby. Erano proprio questi pochi tifosi
che mi guardavano e mi dicevano 'buffone', 'venduto', 'vattene'. Sotto la 
curva, sentire 'vattene', insomma. Ognuno fa quello che vuole, quello che
crede sia giusto fare. Se mi vogliono fischiare anche la prossima partita, è 
una loro libera scelta, per carità. Questi interventi che ho fatto oggi
assolutamente non sono per far rivedere niente a nessuno, perché non sarebbe giusto. Anche perché quando penso una cosa io non voglio che mi si gonfi la testa di parole per farmi rivedere la mia posizione. Il coraggio di 
rientrare in campo? I fischi non hanno mai ammazzato nessuno".

La curva non aveva digerito il risultato finale.
"Non lo aveva digerito la curva, non lo avevamo digerito bene noi. Diciamo
che è quello che abbiamo sempre fatto, un attestato ai nostri tifosi, se 
andiamo a vedere è una cavolata andare sotto la curva e battere le mani, 
però noi ci teniamo. Perché loro ci vogliono bene e noi, non solo io ma 
tutta la squadra, vogliamo bene a loro. E l'applauso che andiamo a porgere a loro, dopo quello che hanno fatto loro a noi, è un gesto che abbiamo fatto
altre mille volte e che era giusto fare anche questa volta. Forse non è 
stato apprezzato al 100%, c'è stata una piccola parte che non ha accettato
questo saluto. Era un saluto tra amici che si salutano, anche se non si era 
d'accordo sull'operato fatto nel pomeriggio, che noi volevamo porgere ai 
nostri tifosi".

Si dice che la Roma ha un bel calcio, però alla fine se si sbaglia la Coppa
Italia, questa stagione rischia di essere ricordata per le cose "non vinte".
"Il rischio lo corriamo e lo sappiamo anche noi. Quest'anno sarebbe
importantissimo anche per questo vincere la Coppa Italia. Non nascondo che
è un po' frustrante questa cosa, perché in due anni abbiamo fatto un lavoro. 
Veramente, stavamo, come si dice, con le toppe. Rischiavamo di andare a 
vedere degli scenari molto più bui del fatto di perdere un derby. Però ne 
siamo usciti con il lavoro, continueremo a fare quello che stiamo facendo, 
cioè bene. Perché sono stra-convinto che questa squadra sta facendo bene. 
E sono altrettanto convinto che questa finale di Coppa Italia abbia un valore
superiore a quello che si dà di solito ad una vittoria di Coppa Italia. Per 
esempio, se avessimo vinto la Coppa Italia l'anno di Del neri, come disse
Tommasi, che per me è una persona straordinaria, 'sarebbe stata una follia
di aver fatto una stagione così disastrosa, così brutta sotto tutti i punti
di vista, e alla fine ti trovi con una Coppa Italia in bacheca'. Magari non 
saremmo stati capaci di renderci conto che avevamo fatto qualcosa di brutto
in quella stagione. E invece, il fatto di non aver vinto niente ci ha 
lasciato questo coltello in mezzo ai denti, che noi lo vogliamo da due anni. 
Perché questa squadra sta lottando con tutte le proprie forze. Poi abbiamo
fatto una figuraccia a Manchester, abbiamo perso male il derby d'andata, 
quello non ce lo toglie nessuno. Perché non siamo ancora una squadra
perfetta, una squadra vincente che tutti noi vogliamo diventare. Però, 
cominciare con una Coppa Italia, che potrebbe essere quella di quest'anno, 
soprattutto se vai a battere l'Inter che è l'armata che quest'anno ha 
ammazzato il campionato, sarebbe importantissimo".

Chiariamo anche le parole che hai detto ieri sulla tua permanenza nella
capitale.
"Era un discorso molto più ampio, più generale, molto trasparente. Io prima 
ho sentito dire che magari i giornalisti non hanno capito. Io li conosco, 
viaggiano con noi in aereo. Non sono stupidi, loro. Se vogliono capire, 
capiscono. Le frasi erano molto semplici, quindi il fatto che sia stato
travisato... Purtroppo devo generalizzare, non sto facendo nomi, ed io non 
ho problemi a farli, perché stamattina non ho comprato giornali. Sono
rimasto a casa, a letto. E mi hanno avvisato di quello che era successo. Ho 
cercato di sapere in linea di massima. Ma non ho letto i giornali e prima 
voglio vedere con i miei occhi e sapere bene. Sparare nel mucchio non è 
elegante e non è produttivo. Io penso che chi ha frainteso, ha frainteso
completamente. Mi dispiace non poter dire chi ha frainteso, perché chi lo ha fatto lo sa. Quindi facciamo finta che io stia facendo i nomi, come se 
avessi già letto il giornale. Ho detto soltanto che il mio desiderio è di 
rimanere a Roma tutta la vita. Il desiderio della società è lo stesso. Il 
desiderio dei miei tifosi è lo stesso. Penso che questa cosa si avvererà. 
Poi, se tu mi dici, 'mettici la mano sul fuoco', io ti dico di no. Perché
non faccio brutte figure come è successo in precedenza, che qualcuno ha 
detto che sarebbe restato a Roma tutta la vita, e poi dopo sei mesi si è 
trovato a salutare tutti. Perché quando uno va a rinnovare il contratto, ci 
sono mille fattori che non incideranno però sul mio desiderio e su quello
della società di rinnovare il mio contratto che, tra parentesi, scade nel
2009. Quindi non è che scade tra due mesi, allora devi sbrigarti. E' una
cosa molto serena, molto tranquilla. L'ipotesi che io lasci la Roma è molto
molto remota, di più. Però è un discorso di onestà intellettuale: al 100% 
non è sicuro nessuno di rimanere con la squadra, secondo me. Ancora non c'è stato né il tempo, né il motivo di metterci su questo tavolo. Sicuramente, 
quello che sento, è una voglia di questa società di tenermi e di farmi
diventare una colonna di questa squadra. Ed è lo stesso desiderio che ho io. 
Poi però, voi mi insegnate, che ci sono tante altre cose che girano intorno. 
E bisognerà vedere. Piano, piano. Quando ci incontreremo lo vedremo. Ma se io non ho mai parlato con la dirigenza per rinnovare un contratto o per un progetto, come posso dire che al 100% rinnovo con la Roma. Non sarebbe
giusto. Io dico che al 99% succederà. Che al 100% è la mia volontà e la 
volontà che hanno i dirigenti. Questo lo sento e me lo fanno sentire sempre".

Quando il capitano, Francesco Totti, appenderà gli scarpini al chiodo, sarai
ancor di più un giocatore importante. Quindi questo è un contratto
importante per la società.
"Sì, questa è la sintesi. Ma non era quello che ero andato a dire io ieri
sera. Se devo fare una dichiarazione, prendo il telefono e chiamo, lo dico
in sede. Non è nel mio stile e nel mio carattere di andare a fare piagnistei
sui giornali, per mettere fretta per mettere pressione a delle persone che
comunque stanno facendo un ottimo lavoro. Possono essere Rosella Sensi, 
Pradè, Bruno Conti, eccetera. Li conoscete meglio di me".

I leader in una squadra se sono due è un vantaggio per tutti. Come far 
capire alla gente che non potrà mai esserci una gelosia tra te e Totti? Un 
antidoto all'anti-stronz.
"Un antidoto all'anti-stronz. purtroppo non c'è. Io l'ho detto, ne sento di 
tutti i colori, me le vengono a riportare. Io abito qui e i miei amici sono
sempre quelli, che sentono le radio e mi vengono a dire che a Bergamo sono rimasto a parlare con Oriali dell'Inter e non sono tornato con la squadra. 
Veramente, sono fantasie. Io penso che la nostra squadra sia tutta all'altezza: 
sia mia che di Francesco (Totti, ndr). Siamo tutti un grande gruppo. 
Chiaramente Francesco si porta dietro quella storia che noi ancora non 
abbiamo. Lui ha fatto la storia della Roma ed è giusto che sia visto come il 
leader, come la bandiera di questa squadra perché l'ha dimostrato con i 
fatti, anche fuori dal campo. Se dovessero venire altri giocatori anche più
forti di noi, anche più rappresentativi di noi, noi siamo ben contenti, 
perché ci farebbe sicuramente vincere qualcosa di importante e il nostro
desiderio è solo quello. Per quanto riguarda il fatto che si possano
inventare che ci sono problemi tra me e Francesco (Totti, ndr), stiamo
sempre insieme, siamo insieme in campo, fuori dal campo".

Anche a cena insieme, come ieri sera. Amici ristoratori me lo hanno detto.
"Amici ristoratori non possono avertelo detto, perché stavamo a casa mia!".

Quanto ti arrabbi per le trattenute che ti fanno in area e non ti fischiano
mai rigore?
"Se immagini una cosa frustrante, ecco è di più. Perché ti prendono, ti
strattonano la maglietta, ti bloccano. Tu, per liberarti, magari gli dai una
spinta e ti fischiano il fallo contro. Allora divento matto. Io, poi, sono
'rosicone' in tutto, da quando sono bambino. E' una cosa che mi manda al 
manicomio, perché l'arbitro mi guarda e mi dice 'non vi tenete', io gli dico
'guarda che mi tiene lui'. Lui ti guarda e ti fischia il fallo contro. E 
allora che parliamo a fare. Non sto parlando di Rizzoli, che secondo me ha 
arbitrato anche bene, dico in generale".

Ieri sera, presentazioni tra il piccolo Christian (Totti, ndr) e Gaia (De 
Rossi, ndr)?
"Sì, ma loro sono amichetti. Vanno a scuola insieme. Sicuramente ci sarà un'amicizia grande, come c'è tra i genitori, ci sarà anche tra i bambini".

Capitolo Mondiale: raccontaci il momento in cui hai calciato il rigore.
"Un momento bello, lo ricordo così perché poi è andato bene il rigore, l'esito
della partita. Però è un momento forte, che non desidererei rivivere, perché
l'adrenalina, la forza interiore che ti dai da solo. Alla fine, nonostante
ci siamo mille parenti in tribuna, in quel secondo te la devi dare da solo 
la forza. Purtroppo, quei cinque-dieci minuti che sono passati dalla fine 
della partita a quando dici che batti il rigore, a quando arrivi sul
dischetto, sono interminabili. In più Trezeguet aveva sbagliato due secondi
prima di me, quindi un po' di presa in più c'era. Però me lo ricordo in 
maniera positiva, soprattutto perché quel rigore mi ha reinserito in quel
Mondiale che mi era sfuggito via in maniera un po' stupida, per colpa mia. 
Mi ha ridato un pezzetto di Coppa del Mondo".

I guanti, Bartelt, non ce li ha tirati, però, dopo.
"Lì non ci arrivano. Io neanche mi ricordo di aver detto questa frase. Poi 
ho letto il labiale e mi sembra di sì. Di sicuro abbiamo provato mille
rigori in quel ritiro lì e, ogni volta che segnavamo ai portieri, Buffon, 
Peruzzi, Amelia, la frase 'buttaci i guanti' è il massimo. Le prese in giro 
durante l'allenamento sono all'ordine del giorno, anzi, all'ordine del
minuto".

Alla Roma per il futuro servirebbero più centimetri e più muscoli in campo. 
Tu che pensi?
"Non lo so. Ultimamente è una cosa che va di moda questa dei centimetri, 
perché le squadre che hanno vinto lo scudetto negli ultimi due anni, sono
squadre molto forti, molto importanti sotto questo punto di visto. Non mi 
piace però entrare dentro questi dettagli, anche perché se dicessi di sì, 
andrei a toccare quelli che di centimetri ce ne hanno di meno. Se dicessi di 
no, è come se volessi dare un consiglio alla società. Sicuramente questa è 
un'ottima squadra che, con qualche innesto, potrebbe diventare una grande 
squadra. Ricordiamo che abbiamo fatto tantissimi punti: con altri 5-6 punti
la Roma c'ha vinto lo scudetto nel 00-01. Va considerata anche l'Inter, che
ha 'rischiato' di fare cento punti.".

Perché rimani sempre così sereno e pacato quando segni tu o un tuo compagno? (sarcastico)
"Quella è una cosa istintiva. Di sicuro non è una cosa studiata, ci tengo a 
dirlo. Non vorrei mai che si pensasse che esulto in maniera così forte o che
vado di corsa ad abbracciare i miei compagni perché voglio far vedere che
sono tifoso o uno attaccato alla maglia. Questa è l'ultima cosa che penso. E' 
uno scatto che mi viene da fare, è interiore. Perché sento la partita, per l'importanza che do al mio lavoro. Esulto alla stessa maniera quando segno in Nazionale, non proprio allo stesso modo, magari. Però ci tengo sempre quando gioco".

Giannini, Caprioli, Desideri; Totti, De Rossi, Aquilani: ti senti orgoglioso
quando entri in campo e si evince la romanità?
"Fa piacere il fatto che ci sia un'identità, un'anima romana dentro la 
squadra. Non ti nascondo che da sempre stimo e ammiro l'Atletic Bilbao che
ha questa squadra tutta composta da baschi. Uno, penso che nel calcio
moderno non sia applicabile una cosa del genere, soprattutto qui in Italia. 
Due, penso che questa città abbia fatto diventare tutti i miei colleghi, i 
miei compagni di squadra molto più romani di tante altre persone che stanno
qui da una vita e che ci sono nati. Io vedo giocatori attaccati alla causa, 
i vari Mexes, Chivu, Panucci, adesso non voglio fare troppi nomi, sennò mi 
dimentico qualcuno, e sono tutti giocatori molto romanizzati".

Chi è stato più importante per la tua crescita: Capello o Spalletti?
"Capello è stato determinante per me, è stato molto importante. Lui è 
arrivato che io giocavo con gli Allievi nazionali e quando è andato via ero
in Nazionale maggiore. Quindi, è impossibile chiudere gli occhi e far finta
che non sia stato determinante per me. Anche perché in quegli anni mi ha 
valorizzato, mi ha centellinato, anche. Mi ha fatto capire tante cose, che
prima non capivo e che adesso mi rendo conto di quanto siano importanti. 
Guardo i ragazzi che hanno 18 anni ora e penso che in qualche maniera
Capello è importante per un giovane. Il discorso di Spalletti è diverso. 
Quando è arrivato lui ero già visto come un giocatore grande, considerato
come un titolare. Il rapporto che si è creato è stato ancora più forte. Con 
Capello non poteva essere così, perché mi ha preso che avevo 16 anni e non 
poteva crearsi un rapporto quasi di complicità con lui, come c'è ora con 
Spalletti, con il quale lavoro da due anni e con il quale mi trovo
benissimo. Forse con Spalletti lavorerò ancora di più, perché penso che
rimarrà alla Roma per molto tempo ed è una grande fortuna sia per me che per la Roma".

Quanto sei stato vicino alla Juventus, quando Capello voleva Davids?
"Quello che posso assicurare è che quando hai 18 anni non è che ti mettono
più di tanto al corrente di una situazione piuttosto che un'altra. Queste
cose le so, perché la società me le ha dette anche dopo. Quello che so per 
certo è che era quasi fatta, perché per prendere Legrottaglie io dovevo
andare al Chievo, che mi aveva messo come contro-partita unica. A 18 anni
non è facile dire 'no, non voglio andare a giocare lì'. A quell'età ti 
prendono per 'montato' entro trenta secondi. La forza me l'ha data Capello
che ha detto che io dovevo restare con la Roma e lì è stata la chiave di 
svolta della mia carriera".

Tra 5-6 anni quando Totti smetterà, ti senti già i galloni di capitano
addosso?
"Penso che tra 5-6 anni avrò accumulato le esperienze giuste, per poi 
mettermi quella fascia addosso. Anche quello è un percorso che va fatto in 
tutte le sue tappe. Prima sei un ragazzo che si affaccia, fai il capitano
nelle amichevoli, poi diventi vice-capitano, poi diventerò capitano. Penso,
per il panorama che si prospetta, lo potrò fare io. Poi non lo so. Penso che
tra sei anni avrò acquisito un'esperienza tale da permettermi di fare anche
il capitano. Per me sarebbe un onore, ma penso che ancora ne devo mangiare
di 'pagnotte', come si dice a Roma".

17 Maggio 2007. Partita di ritorno della Finale di Coppa Italia.
"C'è da mettere qualcosa nella bacheca della Roma, più che altro. C'è da 
vincere qualcosa, da arrotare il filo tangibile di questo lavoro che stiamo
facendo, di questa grande squadra che abbiamo costruito. Purtroppo non sarà
facile, perché loro hanno già vinto lo scudetto da una settimana, 
arriveranno belli freschi per questa finale. Sicuramente vincere uno
scudetto è importante, ma vincere scudetto e Coppa Italia è ancora più
gustoso. Quindi se la giocheranno alla morte anche loro. Noi abbiamo già
vinto da loro, a Milano, quindi se potessimo fare a cambio e dargli tre
punti in campionato e prenderci in Coppa un 3-1 fuori casa, volentieri. Ma 
sarà un'altra partita. Ciò non toglie che possiamo ripeterci".

Un aggettivo per la Curva Sud?
"Unica. Non so neanche se è un aggettivo. In analisi grammaticale non andavo molto bene. (scherzando). Unica, lo è per me che sono romano. Magari per un altro che è di Napoli è unica la sua curva. Però, per me, che sono sempre stato romano, ai miei occhi è unica. Era unica quando la andavo a vedere al Flaminio perché c'erano i lavori all'Olimpico, è unica adesso che sento i canti nei miei confronti. Per quanto riguarda l'altro discorso, non voglio
chiarimenti con nessuno perché non ce n'è bisogno. Non voglio sapere neanche chi è stato. Può succedere. Tante volte le ho fatte io le cavolate. Io ho risposto male a mia madre e a mio padre, figuriamoci se loro non possono
dire una parola fuori posto a me. Può succedere, chiuso qua. Non ci sono
problemi". 
(intervista del 30 aprile 2007)


INTERVISTA DEL DICEMBRE 2009
Come se avessero stappato la porta del campo prima del giudizio universale - inferno o paradiso si sarebbe capito solo dopo - Daniele De Rossi è schizzato dal tunnel degli spogliatoi correndo in mniera disarticolata. Mancava mezz'ora all'inizio del derby e l'uomo cannone è stato sparato sulla pista d'atletica con un pallone in mano: quando se n'è accorto l'ha calciato verso il cielo (dal boccaporto della Sud è arrivato praticamente sui cartelloni pubblicitari della Tevere), poi è saltato in terzo tempo, atterrando sulle ginocchia a colpire con un pugno l'erbetta umida, in quel gesto solitamente lieve di toccare il terreno prima di segnarsi e raccomandarsi al proprio dio, ma che a lui è vento così, violento e scomposto. Poi, nell'impeto psicotico, finalmente Dniele ha guardato casa sua, la curva Sud, quasi stupendosi di trovarla lì, ruggente e compatta:e solo allora è scattato il saluto, anch'esso sovradimensionato, braccia mulinate e nuscoli del viso sbrasati, a scatenare l'ovazione nell'ovazione. Il derby di Daniele De Rossi è cominciato così, alle 20.10, e non poteva che finire allo stesso modo, poco prima delle 23, braccia mulinate e muscoli del viso sbrasati, stessa incontenibile euforia, stavolta solo più motivata, stavolta di scarico, stavolta consapevole.

Sembravi un matto, Danie'.
"Ero un pò trascinato dal momento, in effetti. Il derby è forse l'unica partita in cui chiedo l'urlo della gente, anche se non ce ne sarebbe neanche bisogno, ma per il resto il mio atteggiamento in campo è sempre molto sereno, non mi arrabbio mai con gli aversari, cerco di essere collaborativo con gli arbitri, e non faccio come certi colleghi che dopo un fallo laterale incitano la curva e chiedono il boato. A me st'effetto lo fa il derby".

Dove la prendi questa carica?
"L'ho trovata dentro ventisei anni da romanista. Qualunque tifoso che andasse a giocare un derby si sentirebbe come me, magari impalato come capitava a me nei primi anni per poi tramutare l'emozione in grinta, per vincere quella che resta sempre - purtroppo - la partita più importante dela stagione".

Ma riusciresti a descrivere "fisicamente" che cosa blocca la Roma in queste partite?
"Tutto quello che ti porti dietro ti blocca... Temevamo tutti che la Lazio si ritrovasse all'improvviso proprio contro di noi. Sono cose difficili da spiegare, si sentono o non si sentono. Le gambe vanno, pure all'ultimo derby. Però, poi, ahò, consideriamo anche altre cose...".

Tipo?
"Per qualcuno la Lazio ha fatto una gran partita... Ma quale gran partita? Si sono difesi in undicie hanno fatto un tiro in porta su un passaggio sbagliato nostro. Hanno fatto poco poco, per carità, e pure noi. Forse sarebbe stato più giusto un pareggio, e invece...(bip, ndr)".

Qual è la Roma che t'ha fatto innamorare quando ne eri smplice tifoso?
"Quella del Flaminio, sono quelle le prime partite che ho visto con papà: Manfredonia, Gerolin, Bruno Conti, Tempestilli, Nela, Giannini, Voeller, io ero innamorato di Voeller, poi dopo il '90 ho cominciato a vivere l'Olimpico, anche se mi sembrava strano che la curva fosse così lontana dalla Tevere, quasi innaturale. Perché io poi sono affascinato dalle curve. Losai, non lo dico per ruffianeria, per me è sempre stato così, ancora adesso quando vado a giocare in trasferta la prima cosa che faccio è guardare la curva loro, pure con la Sampdoria mi ha fatto effetto, hanno un coro bellissimo con l'inno della Scozia che me fa morì".

A proprosito di curva, quest'anno un paio di episodi sembravano aver raffreddato un pò i rapporti. Come hai vissuto quelle tensioni con Totti e Okaka?
"Non le vivo bene. Per me quello con la curva è il rapporto più sano e puro che ci può essere, lì trovi tifosi che non hanno interessi, non hanno doppi fini hanno un amore viscerale, è il rapporto migliore tra tutti quelli che pu avere un calciatore, con i dirigenti, con i colleghi, con i procuratori, con i giornalisti. A volte loro non possono capire noi perché ci vorrebbero sempre brillanti e vincenti, a volte noi non capiamo loro. Però questo feeling è meraviglioso, e quando si incrina a me piange il cuore, ma fa male a tutta la squadra. Poi con Francesco si sono spiegati. Il loro amore per il più importante giocatore della Roma resterà immutato".

Col derby ci avete messo una pietra sopra?
"Eravamo felicissimi, è indubbio, ma non dev'essere solo il derby a ridare questa serenità. Una squadra che si impegna merita rispetto, almeno io da tifoso ho sempre ragionato così, e a noi l'impegnonon è mai mancato".

A proposito di rapporti, ma qualche rimpianto su quello che è accaduto con Spalletti ce l'hai?
"Ne ho tanti, il più grande è quello che purtroppo non abbiamo vinto. Ma sai come la penso, per me quell'anno non è dipeso da noi. Solo che se Spalletti avesse aggiunto quella ciliegiona sula trta probabilmente le cose sarebbero andate diversamente anche in futuro. Gli auguro ogni bene a San Pietroburgo, anche se così sarà più difficile per noi andare a cena. Noi poi abbiamo trovato un allenatore dierso - come età, mentalità, carattere - che ha un grandissimo pregio: la lealtà. E io preferisco centomila volte un allenatore leale agli scienziati che girano per l'Italia e per l'estero".

Quello scudetto ce l'hanno tolto, hai sempre detto. Ma gli arbitri successivamente come si sono comportati con te? Sono una categoria molto permalosa, dicono.
"Loro sono un pò permalosi e io sono un bel rompiscatole. Le due ose si conciliano male, ma devo dire che loro mi rispettano. Forse un pò sono prevnuti perché sanno che sono rompiscatole. E quando sul campo comincio un pò a rompere le scatole loro si scatenano, con l'ammonizione per protesta che magari non merito. Ma devo dire che le cose vanno sempre meglio in questo senso".

Hai voglia di chiarire quelle voci che dipingevano te e Francesco su posizioni distanti?
"Ripeto quello che ha già detto Francesco. Pure falsità. Mai successo niente tra me e lui. Non riesco proprio a capire chi possa inventare certe cose e capisco ancor meno chi a certe voci poi dà credito".

Con lui ti unisce anche uno strano destino in Nazionale: entrambi avete macchiato le vostre esperienze con due episodi spiacevoli, la tua gomitata a Mc Bridee il suo sputo a Poulsen. Conoscendovi, restano due episodi inspiegabili. Trance agonistica? O errori di gioventù?
"Trance agonistica che ti prende quando sei un pò ingenuo. L'esperienza ti aiuta a migliorare. Poi magari può succedere sempre, specialmente se c'è già ruggine con l'avversario con cui ti scontri. Ma io quello non l'avevo neanche mai visto. Poulsen inece l'aveva pesantemente provocato. La mia era solo foga. Quando sei giovane pensi che in campo servano cose che nella realtà poi non servono a niente, tipo metterci forza, irruenza, un pò di prepotenza nei contrasti".

Tu qualche errore di gioventù l'hai commesso. La scenetta di Bruges, per esempio, è divertente a ricordarla oggi: tu espulso nel primo tempo e Spalletti che ti insegue per rimproverarti mentre lasci il campo.
"Quell'espulsione fu ridicola. Quello mi diede un pizzico dietro la schiena a palla lontanissima, io gli allontanai d'istinto la mano e quello crollò folgorato. Il guardialinee a quattro metri segnalò la mia espulsione pur avendo visto tutto. Se Spalletti s'è arrabiato è stato un problema suo".

La coppa del mondo vinta a Berlino, vista la finale giocata e quel rigore tirato, è stata molto tua. In Sudafrica con quale animo andrai?
"Se non avessi alzato quella coppa, giocando la finale e segnando il rigore, non avrei avuto un bel ricordo di quell'esperienza. Il prossimo sarà un mondiale più maturo. Purtroppo se faremo il massimo avremo solo fatto uguale...".

Lo ricorda anche Cagnucci nel libro su di te, tornando sull'aereo da Berlino inaugurasti questo drastico taglio di capelli...
"E' vero me li tagliò Cannavaro, ero mezzo ubriaco su quell'aereo, ma io avevo avuto sempre voglia di farmi la boccia. Da lì m'è piaciuto, mi piace come ci sto, mi piace la comodità, io non sò uno da cremine e treccine, non c'ho fantasia, sò pigro, la boccia è la cosa più comoda del mondo".

Bello il libro che Cagnucci ha scritto su di te.
"Bello sì. E pure imbarazzante. Mi sono arrivati complimenti anche a me, era difficile spiegare che non l'avevo scritto io".

Passiamo al campo: dove può arrivare questa Roma?
"L'obiettivo ce l'abbiamo davanti. Se battiamo il Parma siamo quarti, chiudiamo l'anno da quarti, mangiamo il panettone da quarti. Domenica mi piacerebbe vedere lo stadio vecchia maniera, stracolmo. Vorrei vedere 50-60.000 tifosi per Roma-Parma, anche se è solo Roma-Parma. Abbiamo bisogno di loro".

E una volta arrivati quarti?
"Arriviamoci. E quando ci arriveremo guarderemo i quinti che rimangono lontani e magari butteremo l'occhio pure ai terzi, per avvicinarli. Ma non dovremo fare come l'anno scorso, quando battemmo il Genoa e ci sentimmo in paradiso, pronti ad arrivare secondi. Pensimo solo all'obbiettivo più vicino. Mi preoccupa chi pensa adesso al secondo posto".

Quando hai esordito nella Roma, Capello tenne un certo Guardiola in panchina. Ora gidando il Barcellona ha vinto tutto. Un esempio per tutto il mondo del calcio, per quello che è stato, per quello che è oggi.
"Pep è un mito vero. Lui era quello di oggi anche in campo. Io da sempre mi sono ispirato a lui. A lui e un pò a Davids".

Ne sei diventato una splendida sintesi.
" Ti ringrazio... A Pep in effetti mancava solo quello che serve soprattutto qui in Italia. E noi non lo capivamo, ma già all'epoca ci voleva spiegare quello che sarebbe stato poi il suo Barcellona. Per me è incredibile vedere giocare la sua squadra, vedo in campo undici piccoli Guardiola. Per me poi giocare nello stesso anno con lui, con Tomic e con Tommasi è stato fondamentale. Tre persone eccezionali, a prescindere dal fatto che poi fossero anche centrocampisti. Ho avuto una gran fortuna a incontrarli".

Alla vigilia di Barcellona-Inter, al cronista che gli chiedeva se per caso non avesse pensato di giocare in maniera cauta, Guardiola ha risposto splendidamente: " Noi andiamo ad attacre, se va male e andiamo a casa, andiamo a casa così all'attacco. Non c'è altra maniera di giocare in questa casa". Non sarebbe bello impostare questa mentalità anche nella nostra casa?
" E' tutto troppo diverso qua. Loro a sette anni cominciano a giocare cos,è una cultura calcistica troppo diversa, in Italia non ce l'abiamo. Noi a Roma siamo stai bellissimi per tanti anni, forse stiamo tornando su quei livelli, almeno me lo auguro. Ma non era quel tipo di bello. Quello  solo loro. Noi abbiamo qualche particolarità che ci fa speciali, siamo romani, ma le nostre sono troppo diverse dalle loro. E loro hanno speso un sacco di soldi per prendere Messi bambino".

Tanti ne spenderebbero anche per prendere De Rossi adesso. E non solo loro. Quanto pensi a questa cosa? Ai 50-60 milioni che si dice siano pronti molti club a sborsare per averti.
"Ogni tanto ci penso, come no. Quelli che vi raccontano che non pensano a queste cose sono falsi. Ma di base c'è da dire chela società ha sempre rifiutato queste offerte, e quindi anche la mia volontà on è mai dovuta diventare decisiva"

Quindi se loro ti ritenessero cedibile tu ci penseresti?
"No, non me ne andrei lo stesso. Me ne andrei solo se mi dicessero che la mia cessione è indispensabile per sopravvivere"

Bello sentirtelo ripetere.
"Ti racconto un episodio: al derby a bordo campo c'era anche un mio amico, inutile che ti dica il nome, è molto romanista, ma forse più mio amico che romanista. Lui mi dice sempre che dovrei andar via da Roma e vivere certe emozioni tipo Real-Barcellona o Manchester-Liverpool. A fine partita l'ho incrociato, non sapevo neanche che stesse li, ci siamo abbracciati e gliel'ho detto:"Lo vedi, lo vedi perchè resto qui, lo vedi?" Adesso finalmente ha capito"

E questo era ancora più bello...Un vero supereroe, come nella nostra copertina mentre abbracciavi il fisioterapista Silvano Cotti, con quella mascherina che  secondo alcuni addirittura ti dona...
"Mi ci devo abituare, dovrei tenerla quaranta giorni, vedrò dopo Roma-Parma. Tanto ormai non mi da alcun fastidio, c'era solo l'elastico che mi segava, poi ci ho messo un salvapelle e adesso va meglio"

Confidenza per confidena, puoi raccontare finalmente che cosa vi siete detti du tanto segreto tu e Julio Baptista alla fine della sfida Italia-Brasile alla scorsa Confederations Cup?
Quante favole si sono raccontate u quell'episodio. E io non volevo raccontare la verità perchè pareva brutto...perchè parlavamo di quanti giorni avevamo di vacanza! Io avevo appena parlato con Spalletti che ci aveva concesso dei giorni supplementari. E invece giravano delle interpretazioni labiali, io che avrei detto se la società era stata comprata, e quando, e da chi...'ste cose mi fanno impazzì"

Non ti fa strano vedere Alberto Aquilani con la maglia del Liverpool?
"Un pò si, anche perchè ancora non ha ripreso a giocare con continuità. Ma sta bene, lo sento sereno"

Una volta invece hai deto che non vedevi Spalletti allenare il Chelsea. E lui se la prese.
"In realtà si stranì quando feci quell'altra battuta in diretta e dissi, "chi è che parla l'allenatore del Chelsea?". Ma io sò così, scherzo sempre, glielo spiegai. Era solo una battuta, magari potevo risparmiarmela".

Ma è vero che i rapporti tra la squadra e Spallettisi sono incrinati quando andò a parlare con Abramovich?
"Altre invenzioni. Come la lite Cicinho-Ranieri di qualche giorno fa. O sulle mie presunte derive politiche. C'è chi si diverte ad inventare storie, questo è un problema di Roma. A queste cose non mi rassegnerò mai"

Anche se ci dovrà convivere molto a lungo. Perchè da qua Daniele non se ne andrà. E ora il perchè l'ha capito anche quel suo amico molto (ma non troppo) romanista.



ROLLING STONES (maggio 2011) – “Io non sono il classico calciatore come lo intendete voi”. Voi chi? Siamo un pugno di figure professionali antiche, moderne e modernissime, accampate in una saletta di Trigoria, il campo di allenamento della Roma. Che Daniele De Rossi calciatore lo sia eccome te ne accorgi quando nasconde tra congiuntivi e cautele il suo bell’accento romano. “Ultimamente – spiega – già stare a casa con la nutella, le patatine, le briciole che cascano sul divano a vedere un film per me è divertimento”.  Quale film? “Vedo di tutto, mi piace anche il film particolare, di nicchia. Due giorni fa ho visto Of gods and men”. Sinossi breve: film francese di monaci trappisti chiusi in un convento in Algeria, assediati dai fondamentalisti islamici, alle prese col problema di andarsene di lì o restare. “Io sarei scappato”, sorride.

“Di Saviano ho letto il libro e ho visto il film che hanno fatto. – non so perché poi siamo finiti a parlare di Saviano – Lui ha aperto un mondo, e lo ha fatto a suo rischio e pericolo. Mi fa pensare quanto si è spinto oltre e non può godersi niente della sua popolarità, persino dei suoi soldi, qualcosa avrà pure guadagnato… Vivere nella paura… io non ne sarei mai stato capace… non penso di essere così coraggioso da riuscire a mettere in discussione tutta la mia vita”. Una cosa poco da calciatore magari è questa. Daniele ha imparato bene la differenza che passa tra la retorica da stadio e la vita. A sue spese. Ma è sempre così.

Tifoso della Roma, romano di Ostia – la cosa conta, vedremo – comunque romano e romanista secondo il motto del Piccolo Gladiatore, coraggio ne ha vendere in campo. Scagliare il pallone dritto verso la porta da 25 metri – il suo colpo segreto – col rischio di mandarlo alle stelle di fronte a 20 telecamere e 20.000 persone, non è cosa da poco. Saltare col gomito alto e colpire un avversario, espulso, inquadrato in primo piano con la rabbia che esce come fuoco dal naso mentre chiunque a casa è capace di pontificare sul buon esempio e la lealtà bla bla, cos’è? “Il buon esempio? Tutto vero, rispettabilissimo – si fa serio – Ma la domanda è: a chi devo dare il buon esempio? Devo vincere la partita o devo dare il buon esempio? La gomitata a Srna non ci ha fatto vincere, è venuta così, non c’ho pensato, c’ho pensato mentre la stavo dando. C’era uno che mi rompeva le scatole ed è stata una cosa istintiva. La verità è che nel calcio italiano di buon esempi se ne vedono pochi. Guarda solo dove giochiamo, gli stadi sono fatiscenti, i terreni scassati”.

Sposato, separato da due anni, una figlia che adora – e per lei si è tatuato un Teletubbies sul braccio con le parole di Favola dei Modà. “Gliela cantavo per addormentarla”, aggiunge, quasi per scusarsi. Non ce n’è bisogno. Una vicenda dolorosa che, dice, lo ha cambiato, lo ha reso più chiuso e sospettoso. Il coraggio serve su un campo di calcio, nella vita c’è bisogno di tante altre qualità. “Da qualche mese abito da solo a Campo de’ Fiori, proprio sulla piazza. – dice – Volevo provare l’esperienza di vivere in centro ed è indimenticabile. Il profumo del mercato, i ragazzi dei banchi, il fornaio. Nessuno rompe le scatole, nessuno si impiccia, ma poi è normale: mi guardano come avrei guardato io da ragazzino un calciatore che veniva ad abitare vicino casa”. Ascolta gli Oasis, Mumford and sons. Da qualche tempo, aggiunge, è “andato in fissa” con Bob Dylan e con “la musica di mio padre e mia madre”. Gli brillano gli occhi quando indaghiamo sulle sue ultime playlist. Se passate da Campo de’Fiori a bere una birra, magari lo incontrate. Salutatemelo.

Il ritorno a casa la sera della partita andata male contro la Juventus lo racconta così: “Quando si vince capita di andare coi compagni nei ristoranti più movimentati, quando si perde così nessuno ha voglia. Mi hanno aspettato gli amici che erano venuti allo stadio con me, abbiamo bussato al ristorante vicino. Era tardissimo, mezzanotte passata, i tavoli uno sopra l’altro, il cuoco che bestemmiava nella sua lingua. Ho fatto l’occhietto triste dello sconfitto e c’hanno fatto mangiare”. Dopo il derby vinto con la Lazio, invece, gran colazione al bar: “Siccome lì sono tutti laziali mi ero messo la maglietta di Totti sotto il maglione. Dicevano che se giocava Totti vincevano loro… Vabbè, non si sono fatti trovare”.


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