INTERVISTA AD ARCADIO VENTURI
di Adriano Stabile 16 maggio 2019
Fonte: http://storiadellaroma.it/2019/05/16/arcadio-venturi-intervista-90-anni-roma/

Come nasce la sua passione per il calcio da bambino?
«Non so dirlo neanche io perché effettivamente i miei genitori non sapevano neppure cosa fosse un pallone. Ricordo però che già a 6-7 anni, dopo i pochi compiti che facevo, giocavo a calcio per strada con altri bambini. Facevamo le partitelle come accade un po’ a tutti. Il calcio è sempre stato uno sport da poveri piuttosto che da ricchi: noi giocavamo con palle di stracci, anche durante la guerra. Ricordo partite organizzate in piazza o gare di palleggio con le palline da tennis contro il muro sotto i portici a Vignola, pure d’inverno con il freddo. Io arrivavo a 200-250 palleggi».

La sua prima squadra vera è stata la Vignolese?

«Sì, giocavamo in Serie C, che all’epoca equivaleva ai dilettanti di oggi. Era la squadra del mio paese, giocavo con i più grandi che mi insegnavano come stare in campo e come comportarmi. Nel 1948 feci il grande salto alla Roma, in Serie A dopo una partita di prova a Montecatini (il 23 giugno 1948, n.d.r.)».

Come è stato l’impatto con una grande città come Roma per lei che veniva dalla provincia di Modena?

«Non è stato facile, all’inizio avevo paura anche del telefono che squillava al ristorante. Non ero abituato perché a Vignola non c’erano i telefoni a casa né le cabine telefoniche; per fare una chiamata dovevi andare al centralino e ti prenotavi. La Roma mi mandò a vivere, per uno scherzo del destino, a viale del Vignola, in un appartamento con Corrado Contin, che era più grande di me. Ricordo i compagni di squadra più anziani che mi davano consigli, come Pesaola e Andreoli (il capitano, n.d.r.). All’epoca c’era il vincolo totale con le società di calcio e non potevi fare di testa tua, ma eri protetto dal club. Ricordo il commendator Vincenzo Biancone che, finiti gli allenamenti, ci spiegava i pericoli della città. Ci diceva di fare i calciatori seriamente e di non frequentare i locali di via Veneto per evitare distrazioni».

Era il periodo del boom economico del Dopoguerra…
«Ci allenavamo e giocavamo vicino casa mia, allo Stadio Flaminio, che all’epoca era Stadio Nazionale e poi divenne Stadio Torino. Ci alternavamo con la Lazio: noi al mattino e loro il pomeriggio o viceversa. È stata una fortuna per me vivere a Roma dal 1948 al 1957: erano gli anni della rinascita dopo la guerra e ogni giorno era più bello del precedente. Da piazzale Flaminio prendevo l’autobus per andare allo stadio ad allenarmi, non c’era neanche il tram».

Arrivato a Roma a 19 anni divenne subito titolare, cosa ricorda?
«Eravamo in ritiro a Sora e si fece male Gyula Zsengellér, che era un grandissimo giocatore ungherese un po’ avanti con gli anni. L’allenatore Brunella scelse me e debuttai in Serie A a Bologna, proprio nella mia terra (Bologna-Roma 1-2 del 19 settembre 1948, n.d.r.). Secondo me non feci neanche una grande partita, ma la stampa aiuta i giovani e mi giudicarono positivamente. Poi vincemmo anche contro la Triestina (4-2 in casa, n.d.r.), nella seconda giornata, e feci tutto il campionato da titolare. Per fare il grande salto ci vuole impegno, ma anche fortuna. Magari, se avessimo perso a Bologna, non sarei stato confermato, chissà…».

Ricorda i suoi primi gol nella Roma? Era il 24 ottobre 1948 e lei fece una doppietta al Bari.
«Certo che me lo ricordo: il portiere del Bari era Giuseppe Moro (grande numero uno, militò anche nella Roma dal 1953 al 1955, n.d.r.). All’epoca giocavo da mezzala, poi Fulvio Bernardini mi trasformò in mediano».

Quali erano le sue caratteristiche da calciatore?
«Nel calcio di oggi sarei regista davanti alla difesa: un giocatore tipo Pirlo o Pizarro. Non ero veloce, ma avevo tecnica e non avevo paura di ricevere la palla dai difensori per smistarla. Avevo una buona visione di gioco. All’epoca, a centrocampo, c’era il quadrilatero e io ero il mediano più offensivo. Non c’era ancora il libero. Giocavo da mediano sinistro e, insieme con la mezzala destra, ero il regista della squadra. A centrocampo ho giocato con mezzali forti come Pandolfini e Bronée».

A proposito di Helge Bronée, si ricorda di una discussione (dopo Roma-Inter 1-1 del 25 ottobre 1953) con lui che le lanciò contro uno scarpino, colpendo però il dirigente Sandro Campilli?
«Sì, era una discussione come ce ne sono tante in uno spogliatoio, ma eravamo amici. Bronée era un grande calciatore e un tipo un po’ particolare».

Nella prima stagione nella Roma ha fatto in tempo ad affrontare il Grande Torino, cosa ricorda?
«L’anno prima, quando ero a Vignola, erano i miti di cui avevo le figurine, poi mi sono trovato a giocarci contro, anche al Filadelfia. Conservo ancora a casa una foto di un mio colpo di testa tra Loik e Castigliano. Ricordo con orgoglio anche l’ultima partita di Silvio Piola in nazionale a Firenze (nel maggio 1952, n.d.r.). Eravamo in ritiro e mi sedetti a mangiare di fronte a lui. Gli davo del lei e mi disse “ma no, dammi del tu”».

Che ricordo ha della retrocessione in Serie B della Roma nel 1951?
«Fu doloroso, per fortuna siamo risaliti subito. Ci furono polemiche perché alcuni giocatori facevano la “dolce vita”; partecipavano a feste con attrici e personaggi del cinema; la stampa lo venne a sapere».

È vero che è rimasto nella Roma in Serie B nonostante qualche offerta importante?
«Mi cercava l’Inter e vennero a casa per farmi un’offerta. La Roma non voleva cedermi e così andai a trattare per un nuovo contratto più vantaggioso per me. Mi feci accompagnare da un vecchio dirigente della Vignolese, che si chiamava Tassi, facendolo passare per mio zio. È stato il primo procuratore della storia (ride, n.d.r.). Era un tipo simpatico: mi portò dal barbiere nei pressi della Stazione Termini e, dal momento che non mi avevano riconosciuto, chiedeva alla gente “allora questo Arcadio Venturi lo vendiamo all’Inter oppure no?”. Tutti rispondevano “no, no, no” mentre lui mi strizzava l’occhio come a dire “la piazza è con noi”. Andammo in sede e mi fecero un nuovo contratto di tre anni».

Cosa ha significato essere capitano della Roma per quattro anni?
«È stato un onore, credo di essermi sempre fatto voler bene da voi. Avevo un buon rapporto con i tifosi. Quando vincevamo capitava di andare a cena con loro. Feci una lettera di ringraziamento sul Corriere dello Sport per salutarli nel giorno in cui sono andato via».

E così, dopo nove stagioni, lasciò la Roma nel 1957 per andare all’Inter.
«Fosse stato per me sarei rimasto a vita nella Roma. Ormai avevo comprato casa nella Capitale (al Fleming, n.d.r.), ma il club aveva necessità di cedermi per incassare denaro prezioso. Così è cambiata tutta la mia vita: sono tornato nella mia terra e mi sono sposato una donna di Vignola. All’Inter mi sono trovato bene, ma capisco Totti che non ha mai lasciato Roma: essere un giocatore della Roma è un privilegio, lo sei per tutta la vita, non è come dalle altre parti».

Infatti la Roma, nel 2016, ha inserito lei, Arcadio Venturi, nella propria Hall of fame?
«Inizialmente non volevo venire a Roma perché non stavo benissimo, poi mio figlio mi ha convinto accompagnandomi. È stata una rimpatriata con ex compagni come Losi e De Sisti. Quando sono venuto, in albergo, i ragazzini mi chiedevano l’autografo come se giocassi ancora, spiegandomi che i nonni e i padri avevano parlato loro di me».

La sua ultima esperienza da calciatore fu al Brescia in Serie B.
«Sì, non stavo bene: avevo la pubalgia. Bernardini mi telefonò per chiedermi se ero disposto ad andare alla Lazio, ma dissi di no perché la pubalgia mi impediva di giocare».

Quali compagni ricorda con piacere?
«Amos Cardarelli, che è venuto a mancare da poco, è stato uno dei miei amici più grandi. Ci sentivamo sempre e ci vedevamo quando venivo a Roma: era una persona espansiva. Era stato mio compagno di squadra nella Roma e, dopo aver giocato nell’Udinese, mi raggiunse all’Inter (dal 1958 al 1960, n.d.r.). Facemmo insieme anche le Olimpiadi del 1952».

Lei è rimasto a lungo nel calcio, anche da allenatore e osservatore (fino agli anni ’90). Come è cambiata la preparazione nel tempo?
«Tantissimo: c’è stata un’evoluzione costante. Ci allenavamo di più con i Giovanissimi dell’Inter (negli anni ’70, n.d.r.) che non quando ero professionista io (anni ’40 e ’50, n.d.r.). Facevamo giusto qualche giro di campo e poco più. Anche l’alimentazione è cambiata molto: quando giocavo i medici ci facevano bere poca acqua, non più di un bicchiere dopo gli allenamenti per farci perdere peso. E si mangiavano soprattutto proteine: un classico, prima delle partite, erano la carne, il pollo e gli spinaci. Oggi si mangia la pasta al pomodoro, il parmigiano, il prosciutto, la crostata».

Da allenatore delle giovanili dell’Inter lei è considerato lo scopritore di Beppe Bergomi.
«Ma no, l’ho soltanto aiutato a crescere. I giocatori sono bravi per conto loro. Bergomi si vedeva che era un calciatore con una testa superiore agli altri: a 14 anni aveva la mentalità di un adulto».

Come festeggia i suoi novant’anni?
«Purtroppo ho avuto un incidente a un femore e non mi posso muovere da casa. Festeggio qui a Vignola con tutta la famiglia».



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