ROMA / COLONIA 2-0
Coppa UEFA
8 dicembre 1982
IL TIFO





































 




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Dal Corriere dello Sport: Addirittura commovente è stato l'abbraccio tra il campione e la Curva Sud appena spedito in rete il pallone del 2-0, della qualificazione ai quarti, del volo suggestivo verso le vette del calcio europeo. "Avrei potuto cercare l'abbraccio anche delle tribune - spiega Falcao - ma ho preferito correre verso i tifosi della Curva Sud un po' perché avevo segnato proprio sotto i loro occhi, ma sono corso da loro soprattutto perché costituiscono il simbolo e l'anima del tifo giallorosso, della passione popolare verso la Roma. Dopo il gol noi giocatori corriamo quasi sempre verso i tifosi della Curva Sud perché per la Roma danno il cuore sopportando ogni disagio, compreso il fatto che da quella posizione si vede male la partita"
From the Corriere dello Sport: Downright touching has been the embrace between the champion and the Curva Sud when he scored the goal of 2-0, that let his team fly to the final's quarters towards the highness of european football."I could have looked for the embrace of the tribunes too - Falcao explains - but I preferred to run towards the Curva Sud fans a little bit because I scored just under their eyes, but mostly because they are the symbol and the soul of the yellow-red support, of the popular passion for AS Roma. After scoring we players always run towards Curva Sud fans because they give their heart for AS Roma bearing every discomfort, also the fact that from  that position you see the match in a bad way"
Falcao: "Roma-Colonia?
L'emozione piu' bella"
              di Fabio Maccheroni - Set. 1999

                     C'era una volta "er core", "er derby" e "a Roma". Il resto, lo
                     scudetto, le coppe, erano travolte dai soliti destini: gli
                     arbitri, gli Agnelli, la jella e le donne e la dolce vita. E il
                     Brasile era Pelè. E Paolo Rossi finiva alla Juve. E il lunedì la
                     vita ricominciava sempre uguale. Sarà per questo che, senza
                     saperlo, senza voler offendere nessuno di quei giovanotti
                     che hanno vinto quello scudetto, quella del 1983 la
                     chiamano ancora "la Roma di Falcao". Perchè Falcao era
                     l'unica cosa diversa, l'unica cosa che non c'era mai stata.
                     Anche se era solo un mattone, un gran bel mattone, di quel
                     meraviglioso edificio. E quando arriv" a Roma, era
                     praticamente anonimo come un mattone, altro che "Divino".
                     Se lo ricorda anche Paulo Roberto, il ragazzo dell'Ottantatrè:
              "Mi conosceva soltanto Carletto, il figlio di Liedholm, che
                     sapeva tutto del calcio internazionale. Disse al padre che
                     ero l'uomo giusto per la Roma e cominci" a incuriosirlo. Così
                     Liedholm vide dei filmati, prese altre informazioni e convinse
                     Viola a prendermi. Ma credo che Viola avesse tutt'altre
                     aspettative...".
                     Quali?
              "Si aspettava un "brasiliano". Voleva i "numeri". Come ogni
                     tifoso, del resto. Ricordo che mi fermavano per strada e mi
                     dicevano "a Farca' ma quando ce li fai i numeri?". Io
                     diventavo pazzo. Perchè se volevano quel tipo di giocatore
                     avevano sbagliato tutto. Un giorno, contro il Como, feci
                     qualche "numero" e, uscito dal campo, andai vicino a Viola e
                     gli dissi "presidente, adesso che ho fatto i numeri pensiamo
                     a vincere qualche cosa". Proprio così. A Roma si
                     accontentavano dell'attimo, si vietavano di guardare
                     lontano. Un tifoso mi disse "a noi ci bastano i numeri, perchè
                     a vincere gli scudetti ci pensa la Juve, qui non si vince mai,
                     qui non si può vincere mai". Ed era questa mentalità
                     l'avversario più difficile. C'era rassegnazione. Nonostante un
                     presidente tenace come Viola".
                     Ce ne parli, di Viola.
              "Carattere forte. Voleva vincere. E sapeva aspettare.
                     Sapeva che le cose si costruiscono con pazienza. Era
                     intelligente. E ambizioso. Tutto qui".
                     E Liedholm?
              "Un grandissimo. Mi ha dato tanto. Era l'unico, all'inizio, a
                     sapere quello che avrei potuto dare alla Roma. Come
                     allenatore riesce a essere dolcissimo e a farsi rispettare. Con
                     lui basta uno sguardo e nessuno sgarra, non ha bisogno di
                     fare il duro. Credo che come carattere noi due ci somigliamo
                     molto. Per questo siamo andati sempre d'accordo".
                     Quando arrivò a Roma, che cosa si aspettava?
              "Sapevo pochissimo di questa società, perchè in Brasile
                     arrivavano notizie di Juve e Milan e Inter. Un mio amico mi
                     aveva parlato della Fiorentina. Non sapevo davvero che
                     cosa avrei trovato, a parte la storia, l'arte di Roma, quella
                     che si studia e che ogni uomo nel mondo spera di vedere
                     con i propri occhi. Quanto alla squadra, andai a vederla
                     giocare a Parma: un disastro. Ricordo che Ettore Viola, uno
                     dei figli del presidente, mi disse "stai tranquillo, a volte gioca
                     meglio di così". A parte questo, trovai tutto meraviglioso. A
                     cominciare dalla gente. Mi davano calore e mi facevano
                     sentire a casa. Per me fu determinante la gente di Roma.
                     Perchè io ero vissuto nel Porto Alegre e amavo quella
                     società, quella maglia. Era una cosa mia, mi apparteneva e
                     quando giocavo, giocavo per una cosa mia. Staccarmi dopo
                     sedici anni fu difficile. Ma a Roma fu tutto facile. E adesso d"
                     lo stesso valore affettivo a Porto Alegre e Roma. Perchè,
                     anche giocando con la Roma, avevo la sensazione di essere
                     cresciuto dentro quella maglia, come mi capitava a casa, in
                     Brasile. E volevo ripagare queste sensazioni. Volevo dare
                     qualcosa di importante. Perchè ricevevo, ogni giorno, cose
                     importanti...".
                     Ma avrà avuto anche momenti difficili, no?
              "Penso che sia inevitabile. Ma sono stati pochissimi e non
                     riesco a ricordarli, perchè ho avuto troppe soddisfazioni.
                     Troppe gioie. Troppo affetto: e troppe volte ho avuto i
                     brividi per quell'affetto".
                     Brividi?
              "Come quando tornai dai Mondiali. I giornalisti scrissero che
                     ero sfiduciato, che avevo addirittura pensato a smettere.
                     Ricordo che stavamo scendendo in campo al Flaminio per la
                     prima partita della stagione, contro il Como. Vicino a me
                     c'era Maldera. E lo stadio sembrò esplodermi dentro. Tutti in
                     piedi a urlare Falcao, la voce mi bolliva sulla pelle. Maldera
                     mi prese una mano e mi disse di toccargli il braccio: "senti
                     che pelle m'è venuta, ho i bozzi per i brividi". E io gli dissi di
                     guardare i miei. Se ci ripenso ho ancora la pelle d'oca.
                     Incredibile. Con i tifosi è stato sempre così. Straordinari".
                     Era l'anno dello scudetto: ormai avevate capito di
                     essere un gruppo maturo.
              "Sì, lo avevamo capito due anni prima, a Torino, con quel gol
                     di Turone".
                     Anche lei con Turone?
              "Certo, ma non per recriminare. Sarebbe sciocco. Con quel
                     gol tutti noi capimmo che la Roma era arrivata a battersi per
                     il titolo. Poteva vincere o perdere, ma c'era. E il messaggio
                     arrivò anche agli altri. Non contava il risultato".
                     Che ricorda dello scudetto?
              "Le bandiere, le strade pitturate, la folla all'aeroporto di
                     Ciampino".
                     Veniamo alle dolenti note: la Coppa Campioni.
              "Non tanto dolenti, perchè fra i miei ricordi più cari di Roma
                     c'è la partita con il Colonia. Avevamo perso 1-0 all'andata e
                     dovevamo assolutamente recuperare. Avevano giocato
                     durissimo. Ricordo il pareggio e la fatica per evitare i
                     supplementari. Proprio mentre stavamo scivolando verso la
                     fine della partita, mi arriva quella palla e io tiro con tutta la
                     forza: gol. Mentre tiravo mi sentivo una forza sovrumana,
                     come se avessi davvero dentro lo stadio, l'energia di tutta
                     quella gente".
                     E quando invece non ha tirato il rigore con il Liverpool,
                     in finale, che si è sentito?
              "Se avessi saputo che avrei creato tutte queste discussioni,
                     avrei tirato. Non sono mai stato un rigorista, nemmeno ai
                     tempi del Porto Alegre. Ma avrei tirato. Quel giorno è andato
                     tutto storto. Io ero sicuro di vincere. Pensavo che fosse
                     scritto: la Roma in casa, al primo tentativo vince la Coppa.
                     Ero così sicuro che non mi sono preoccupato di chi battesse
                     il rigore. é stato anche un atto di altruismo. Perchè avevo
                     dolore alla gamba, non quella operata, l'altra, quella colpita
                     da Baresi con quel fallo terribile. Avevo fatto un'iniezione per
                     attenuare il dolore prima di entrare in campo, ma dopo
                     centoventi minuti il dolore era tornato. E così non ho
                     pensato ai rigori. Purtroppo c'è andato tutto male.
                     L'infortunio di Pruzzo, la squalifica di Maldera. La realtà è
                     che nello sport non si improvvisa niente. La Roma non era
                     abituata a giocare quel tipo di partite e ha pagato
                     l'inesperienza: altrimenti non sarebbe mai arrivata ai rigori".
                     Ma dopo quella sconfitta la Roma ha fatto poco per
                     acquisire esperienza in campo internazionale: anzi, a
                     rileggere questi sedici anni, sembra che abbia fatto
                     molto per dimenticare, bruciare. Non crede che quegli
                     anni andassero capitalizzati?
              "Vincere in Italia è difficile per tutti. Ci riesce chi cambia
                     poco. La Roma, dopo Viola ha cambiato molti presidenti, non
                     ha avuto continuità. La Juve e il Milan vincono, ma non
                     cambiano la struttura societaria. La stessa Inter, che
                     cambia molto, vince poco".
                     Che pensa di Sensi?
              "Ci ho parlato soltanto un paio di volte. Non lo conosco
                     bene. Ma vedo che spende e quindi deve avere voglia di
                     vincere. Ci vuole pazienza. Però ha preso bei giocatori, come
                     Assuncao: è bravo e intelligente, sa trattare bene la palla e
                     è arrivato in nazionale".
                     Pensa che questa Roma sia competitiva?
              "Credo di sì. Essere competitivi non significa vincere, ma
                     significa esserci e questo è importante".
                     Se a Roma c'è una squadra competitiva, però, è
                     soprattutto la Lazio.
              "Quando giocavo io, i derby non erano importantissimi,
                     perchè la Lazio aveva molti problemi. Ora ha trovato un
                     equilibrio importante. E credo che sia un bene per Roma
                     avere due squadre competitive. Ho sempre sostenuto che
                     una grande città deve avere due squadre forti. Adesso Roma
                     ce l'ha".
                     E Falcao, sedici anni dopo, che cos'ha?
              "Sempre voglia di calcio. Faccio l'osservatore, lavoro per la
                     televisione e spero di trovare il tempo per fare un salto a
                     Roma a rivedere i vecchi amici, che si sentono poco, ma
                     che, quando s'incontrano, soffocano il tempo ch'è passato
                     con un abbraccio.


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