RESOCONTO
DI GIANFRANCO Ho
avuto la fortuna di nascere a pochi metri dallo stadio Olimpico. Piazza
Mancini, con i suoi enormi prati, prima che i parcheggi asfaltassero tutto,
era il teatro delle nostre interminabili partite a pallone con le borse
come pali delle porte e la classica regola del tramonto: “chi segna l’ultimo
vince”! In
questo scenario, quando “Tutto il calcio” iniziava solo ai secondi tempi
introdotto dallo sponsor istituzionale della Stock di Trieste, i boati
provenienti dallo stadio mi avvisavano dei cambiamenti dei risultati e
dalla terrazza di casa, guardando il tabellone della nord, sapevo anche
il marcatore. Alle
elementari, strano a dirsi oggi, eravamo tutti bambini romani, per il 90%
romanisti e tutti ci meravigliamo di quei pochi che avevano scelto strane
squadre forestiere. Fu
naturale un precoce esordio sugli spalti, in un Roma-Stoke city del torneo
anglo-italiano di cui il ricordo principale è l’odore dei lacrimogeni
sparati con la consueta generosità anche all’epoca. Ternana-Roma
fu invece la mia prima trasferta in macchina, la prima in assoluto era
stata a Milano l’anno precedente ma in treno. Paoletto, che abitava
al portone accanto, ed i suoi genitori, furono i compagni di avventura. Di
buon’ora, manco dovessimo andare a Palermo, la SIMCA 1000 azzurrina rombava,
si fa per dire, pronta alla partenza con il suo carico di bandiere e cibo
sufficiente per ben altre avventure. Ricordo
la Flaminia come un serpentone unico di macchine strombazzanti ed imbandierate
fino alla città Umbra. Lo
stadio mi sembrò strano, così piccolo rispetto alla maestosità
dell’Olimpico. Eravamo in una specie di parterre nella curva degli ospiti,
vicino all’equivalente della nostra Monte Mario, mischiati con un po’ di
ternani. Mi
colpì molto l’incitamento “Fere Fere….” che veniva dalla parte di
stadio rossoverde, così diverso dal boato Roma Roma a cui ero abituato.
Le bandiere erano migliaia, come oggi se ne vedono solo per le celebrazioni
di trofei vinti. Anchi’io avevo la mia, quella con l’omino che calcia in
porta, rigorosamente inchiodata su di un manico di scopa di legno. La
partita fu un alternanza di emozioni, con i nostri 2 autogol che fissarono
il punteggio sul 2-2 interrompendo la nostra striscia di vittorie. Alla
fine volò qualche bottiglione, ma nessuno si scompose più
di tanto. Altro
serpentone per il ritorno a casa già pregustando il Roma-Inter della
domenica successiva divenuto poi famoso per l’incontenibile discesa di
kavasaki sotto la tevere ed il gol di pierino in tuffo di testa! Sono
passati 35 anni , ma l’emozione è sempre la stessa, che sia Terni
o Madrid, Ancona o Manchester, spero di poterla provare ancora per molto…finchè
“tessera” non ci separi!