ROMA - CATANIA 7-0
Roma, Stadio Olimpico,
20 novembre 2006
ore 15.00

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FOTOTIFO
Grazie per le foto (non ricordo tutti)
 

FOTO
DALLA
CURVA 
NORD
Il
                  travisamento è di moda!




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Doveva essere un divertimento, seguire la squadra come spesso faccio. Con amici e colleghi di lavoro avevamo organizzato un pulmino, riempiti i venti posti disponibili siamo partiti per Roma. Un viaggio di andata come tanti, ci siamo ritrovati in carovana con altri pullman e macchine, nessun appuntamento, semplicemente eravamo tutti lì, i tifosi, coincidenza, anche se bene o male gli orari sono sempre gli stessi per tutti. Classica coda ai traghetti, poi unica tirata fino a Roma, fino all’Olimpico, dove abbiamo parcheggiato.

Qualcuno vi ha indicato una piazzola di sosta, c’erano dei parcheggi riservati a voi?

No, nessun parcheggio riservato, nessuna indicazione né da addetti né da forze dell’ordine. Ci siamo orientati alla bell’e meglio, vedendo bandiere, sciarpe e targhe “CT” abbiamo capito “qui possiamo parcheggiare”, e là abbiamo parcheggiato.

Problemi con la tifoseria all’ingresso?

Ancora nulla. Scesi dal pulmino, a centocinquanta metri c’era l’ingresso del settore ospiti, strano solo il basso regime di sicurezza, nessun poliziotto, o meglio ancora l’organizzazione strutturale dell’Olimpico, siamo stati costretti a percorre la stessa strada che portava all’interno dello stadio i tifosi romanisti col biglietto di Curva Nord. Mai successa una cosa simile, e poi dentro... Non si aspettavano fossimo così tanti, alcuni tifosi sono stati spostati nello spicchio della Curva Nord adiacente al settore ospiti, adiacente ma pur sempre al di fuori. Comunque, fino ad allora tutto tranquillo, anche se rimbalzavano già le voci, poi confermate, di alcuni tifosi accoltellati in metropolitana, e di altri accolti “poco bene”, in giro per la città. Non sapevamo che questa, a Roma, fosse la routine d’ogni partita.

Quando inizia tutto?

Al sesto goal. Siamo usciti dallo stadio, volevamo andare via per non trovare confusione. Sapevo fosse un’imprudenza, l’avevo anche fatto presente ai miei compagni di viaggio, ma nulla, hanno deciso così, loro. In ogni caso non avrei immaginato mai quello che da lì a poco sarebbe successo. Del resto le porte erano aperte, poteva uscire ed entrare chiunque.

Ci Racconti...

Arrivati sul pulmino ci contiamo, di venti ne mancano due. Decidiamo allora di spostarci, mettiamo in moto il pulmino e ci avviciniamo al settore ospiti. Chiavi nel quadro, motore acceso, quattordici di noi scendono, via telefono cercano di contattare i due ragazzi mancanti, rimasti dentro lo Stadio. Dentro il pulmino restiamo in quattro. Mi tolgo la maglietta del Catania, la poso nel portaoggetti sovrastante il sedile. Nell’aria qualcosa di strano. Tensione. Non eravamo affatto tranquilli. Ci accorgiamo di uno strano movimento fuori dalla Curva Nord, alcuni tifosi romanisti entrano ed escono, come facessero il palo. Tengono d’occhio alcuni di quei quattordici, che nel parcheggio stavano facendo suonare gli allarmi dei motorini, scrivevano sui parabrezza. Poi scompaiono, dentro la Curva Nord. L’errore è stato questo, partire con gente che non conoscevo, non tutta, non quelli.

Cosa accade subito dopo?

Passano pochi minuti e dei due ragazzi “dispersi” nemmeno l’ombra. Sono ancora sul pulmino quando inizio a sentire, da fuori, urla e schiamazzi. Sposto lo sguardo verso il finestrino e vedo 60, saranno stati circa 60 tifosi della Roma, volto coperto, ognuno di loro ha qualcosa in mano: pietre, spranghe, catene, fibbie, mazze da baseball, fumogeni già accesi. Sono attimi... Non ho nemmeno il tempo di capire se è paura quella che sento, iniziano a correre verso di noi, i quattordici che erano nel parcheggio scappano ognuno per in direzione diversa all’altro, tutti tranne uno che prova a salire sul pulmino, all’altezza della bussola un tifoso romanista lo raggiunge, gli dà addosso a colpi di bastone, cerca di buttarlo giù, ma lui resiste, si libera, riesce ad inserire la retromarcia e da’ gas.

Grida: “Dobbiamo allontanarci a tutti costi, questi ci ammazzano”. Ottanta, cento metri di retro disperati, alla cieca, ci aggrappiamo ai sedili, poi il botto. Il motore si spegne. Mi ritrovo a terra, tra un sedile e l’altro, vedo la bussola del pulmino bloccata da un’auto. Mi rendo conto che con la fiancata destra siamo andati ad urtare una colonna di auto parcheggiate. L’uscita, occlusa per metà, fino al tetto della macchina, lascia un metro di “libertà”. “Non possono più salire su”, è il primo pensiero, nel primo attimo di lucidità. Vedo il ragazzo prima al volante che si affretta verso la bussola, prova ad uscire infilandosi in quel poco spazio libero, ce la fa, è fuori. Mi rialzo, “voglio uscire anch’io”, nello stesso momento in cui imbocco il corridoio interno sento uno strattone da dietro le spalle, è uno dei tre ragazzi con me sul pulmino, mi butta a terra dicendomi “Sta giù, qualunque cosa accada adesso non ti alzare, non devi alzarti”. Il primo vetro ad esplodere è sopra la mia testa, sento piovermi addosso le schegge, insieme alle pietre, un’infinità, sembra non dover finir mai, sembra non voler finir mai. “Sono pazzi, pazzi”. Ho il petto e la testa schiacciati a terra, sotto di me sento tremare il pavimento mentre nelle orecchie rimbombano i colpi di mazza contro la carena del pulmino, più forti, sempre più forti.

Non finisce qua, vero?

Fin qua è paura, paura che senti ma non capisci, paura che non ha sapore. Sembrava tutto finito, in terra cadevano ancora vetri, il pulmino giaceva immobile, come esausto, noi con lui, gli schiamazzi e la urla si allontanavano, tiepido silenzio, poi un rumore, una fiammata, ne vedo il bagliore proiettato nel mosaico di vetri rotti ancora aggrappati al finestrino, è un attimo, il pulmino si riempie di una luce rosso fuoco, è un fumogeno che cade due metri avanti a me, su di un sedile che immediatamente prende fuoco. Le fiamme avvolgono tutto, i sedili accanto e quelli antistanti, borse, tende... Non è più semplice paura, è paura non tornare più a casa, è paura di morire là, senza un perché, morire bruciato vivo, intrappolato in un pulmino. Entro nel panico, agisco d’istinto, senza rendermene conto. Uso la sciarpa, che avevo ancora indosso per coprirmi naso e bocca, mi precipito verso l’uscita, davanti ho solo fiamme, chiudo gli occhi. Ricordo solo d’aver visto davanti a me la bussola divelta, il tetto della macchina a fianco, e quel metro di spazio, “sono vivo”, scivolo fuori, dal tetto della macchina, non so chi mi aspetta, “ammazzatemi pure, qualunque sorte, ma non voglio morire bruciato”. Nessuno, non c’è più nessuno attorno al pulmino.

Cos’ha fatto a quel punto?

Nessuno attorno a me si era reso contro che fossi catanese, altrimenti... La partita era finita, avevo nascosto la sciarpa dentro la maglietta che prima indossavo sotto quella del Catania, la prima cosa alla quale ho pensato è dirigermi verso il settore ospiti, poi ho visto gruppi di tifosi romanisti che rastrellavano il parcheggio, cercavano catanesi dentro, sotto e fra le macchine. Spranghe di ferro, mazze, catene in mano. Non era proprio il caso di ritornare indietro, assodato di come nessuno mi distinguesse da un tifoso della Roma mi sono mischiato ai giallorossi che uscivano dalla Curva Nord, persone sulla quarantina, cinquantina d’anni, ho iniziato a camminare nel nulla, sul Lungo Tevere, senza sapere dove andare, né dove stavo andando. Passa circa un quarto d’ora, “forse le acque si sono calmate”, decido di ritornare alla stadio, il pulmino è ancora in fiamme, adesso c’è una camionetta dei pompieri, qualcuno deve averli avvisati. Nel parcheggio continuano i rastrellamenti, “Sono impazziti, questi sono impazziti sul serio”, l’aver camminato mi aveva riportato alla calma, mi avvicino. Vedo un gruppo di questi, il più numeroso, caricare verso un altro, sono entrambi di romanisti, partono pugni e calci, un ragazzo si stacca dagli altri, e prende ad urlare tra italiano e dialetto “Voi non potete stare qui, per fare queste cose dovete chiederci il permesso”.

Ha avuto sentore che fosse tutto programmato?

Ne ero certo anche prima di sentire quelle parole. Troppe coincidenze. Non so se quelle persone siano uscite dallo stadio o fossero fuori, diffidati. So che io non esco di casa con una mazza, e non credo sia nemmeno un accessorio all’ultima moda. Non possono essere stati dei semplici motorini che suonano a causare tutto questo.

Ma la Polizia, le forze dell’ordine?

E chi le ha mai viste?! Niente scorta da Catania a Roma, nessuno nel parcheggio all’entrata, nessuno nel parcheggio all’uscita, a far cordone, evitare il contatto coi tifosi romanisti. Nessuno, abbandonati.

Il Primo poliziotto che ha incontrato?

Li sono andati a cercare io. Dopo aver visto quanto ancora accadeva fuori dallo stadio, a quasi un’ora dalla fine della partita, mi sono rimesso in cammino sul Lungo Tevere, sono entrato nella prima stazione di Polizia, là ho incontrato il primo agente delle forze dell’ordine.

Ha sporto denuncia?

Avrei voluto.

In che senso?

Io parlavo, ho raccontato dell’assalto, del pulmino dato alle fiamme con noi dentro, dei rastrellamenti. Loro non scrivevano nulla.

Ha chiesto perché?

Non mi hanno risposto, in compenso hanno preteso il mio documento di riconoscimento, ne hanno fatto una copia.

E’ risultato lei il colpevole? (ironica)

A quel punto non mi sarei meravigliato di niente. Ho anche chiesto loro di accompagnarmi a qualsiasi stazione ferroviaria, ero da solo, sarei ripartito per i fatti miei, non hanno voluto, categorici. Mi hanno riaccompagnato allo stadio, nel settore ospiti, dove i tifosi del Catania erano ancora bloccati. Siamo sfilati proprio davanti al pulmino bruciato, nemmeno uno sguardo, eppure i pompieri, anche solo i pompieri, uno straccio di referto l’avrebbero dovuto stilare. Da lì, c’hanno trasportato tutti, in massa, in una stazione decentrata, siamo partiti a mezzanotte, la partita era finita alle cinque.

Tornato a Catania si sapeva già dell’accaduto?

No, come avrebbero dovuto saperlo? Nessun giornale ha scritto alcunché sull’accaduto, addirittura, mentre ero alla stazione di Polizia, guardando la Tv, una nota trasmissione Mediaset faceva vedere le immagini dello stadio, sì ma solo dall’alto, una colonna di fumo, specificando che c’erano stati scontri nel “settore dei catanesi”, e che “in caso di aggiornamenti si sarebbero ricollegati”, non si sono più ricollegati, certo, il messaggio che doveva passare era già passato: “sono successi degli scontri vicino al settore dei catanesi, colpa dei catanesi”. Eppure Rai, Sky, Mediaset, La7, le telecamere fuori dallo stadio, antistanti i parcheggi, le hanno sempre avute(vedi Catania-Palermo, ndr). Niente nemmeno sui giornali, sportivi e non.

Niente di niente...

Non è comparso nulla, nessun accenno, nemmeno sul referto che forze dell’ordine consegnarono al giudice sportivo. Nessuna ammenda per la Roma, al Catania 1.500€ per aver acceso dei fumogeni ed aver fatto scoppiare due petardi.

Lo trova strano?

No, ormai...Ma trovo strano parlare di omertà, mafia e violenza solo in Sicilia. Questa come la chiamano? Quando fu di Catania i giornali scrissero “sembrava il Libano”... e a Roma? Pulmini dati alle fiamme con persone dentro, ronde e rastrellamenti nel parcheggio dello stadio in pieno stile “pulizia etnica”, tifosi della Roma a volto coperto armati fino ai denti con spranghe, mazze da baseball, catene, e tifosi del Catania accoltellati lungo le vie della città... allora Roma cos’è “l’Iraq”? La capitale di uno “Stato di impunità per i carnefici”? Mi dicano davvero cos’è Roma... assomiglia più ad uno statarello dell’Africa, dove non la guerra uccide in silenzio, due banconote davanti agli occhi, due davanti alle orecchie, sangue nero petrolio.

Non mi ha detto nulla degli altri tre con lei sul pullman?

Non ne ho più avuto notizie, evidentemente sono riusciti ad uscirne anche loro, ci fosse scappato il morto allora sì che ne avrebbero parlato. La morte fa copie ed audience. Magari avrebbero parlato di un mozzicone di sigaretta caduto inavvertitamente e...

Tornerà a seguire il Catania in trasferta?

Non lo so, per adesso no, sono ancora oggi scosso. Rischiare la vita senza un motivo, senza un perché, tutelati da nessuno, nemmeno dallo Stato. Sono riuscito a salvarmi la vita e nemmeno io so come.

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