Ormai da qualche
tempo, è facile scorgere tra le pagine di famosi quotidiani o di
riviste più o meno specializzate, articoli, interviste e servizi
che sembrano avere in comune denominatore: gli Ultrà, capirli dall’interno
anziché reprimerli dall’esterno. Un messaggio nobile, che in tempi
non sospetti noi de “La Roma” avevamo più volte lanciato tentando
di aprire una strada lì dove nessuno si era inoltrato, dove i pochi
che erano partiti erano partiti con strumenti inadeguati. Ora, in un momento
nel quale sembra che il messaggio sia stato raccolto, ci sentiamo in imbarazzo
a dover scrivere di loro, una sensazione di estraneità tanto che
viene il desiderio di metterci da parte. Quando si vince
una partita la si vuole assaporare in solitudine. La nostra, in fondo è
stata proprio una partita vinta. Il tentativo, più o meno riuscito,
di aver fatto luce su una realtà prima considerata oscura, pericolosa
e indecifrabile. Erano i tempi dei “mostri” in prima pagina. O degli “angioletti”
da curva. Che poi era lo stesso. Comunque una realtà distorta. Ora
tutto sembra essersi riequilibrato. La realtà delle cose risulta
così molto più semplice di quanto sociologi e studiosi abbiano
cercato di dipingere. Bastava guardare, senza i condizionamenti di false
ideologie, consunti pregiudizi, scontati luoghi comuni. La verità
era lì ad un passo. Il tifo è amore, canto, rabbia e violenza
non violenta. Allo stesso modo, nello stesso tempo. E’ una questione di
equilibri, di quantità. E allora si è da una parte o dall’altra
della barricata. Oppure si è nel mezzo. Con un piede di qua e uno
di là. Un’ambiguità che a volte si paga troppo cara o per
colpa di altri o per la propria indecisione. Noi abbiamo sempre
cercato di seguirli, nei limiti delle nostre possibilità. Senza
esaltarli per poi condannarli, senza censurarli per poi ricercarli. Abbiamo
solo raccontato quello che vedevamo, come uomini di sport e tifosi della
Roma. E’ successo anche a metà dicembre, ad Ascoli,
dove con loro abbiamo seguito una Roma rinunciataria. “Stà squadra
è proprio scema, va a corrente alternata!”.
“Non
vogliono vincere, non vogliono vincere”. Eppure
erano in tanti. Arrivati pieni
di striscioni, bandiere, cori e il solito vento da “tempo di guerra”. Gli stadi italiani
assomigliano sempre di più a quelli cileni, eppure i coltelli continuano
ad entrare. Lo scontro è
ora con il poliziotto. La repressione
aumenta ma la legge sembra quella del “tanto peggio tanto meglio”. Ad Ascoli, comunque,
sotto questo punto di vista, una gita piacevole, con quello strano punteggio
(1 – 1 n.d.G.): il punto resta perso e non guadagnato? I ragazzi hanno
sete di traguardi anche se, a fine gara, nel ritorno a casa, le loro canzoni
le cantano lo stesso. Nei loro discorsi,
nelle loro considerazioni, il desiderio di poter vedere sempre una Roma
grintosa e costante nel tempo: Roma – Juve (3 – 0 uno degli esempi di coreografia
più bella di tutti i tempi n.d.G.) sembra non aver avuto l’effetto
di una scossa. Anzi. La squadra che ad Ascoli zoppica fa un po’ paura,
rende incerto il futuro. Gli Ultrà dubitano sul loro contributo:
perché la Roma non sembra raccogliere la loro carica? Perché
sembra non ascoltare il loro incitamento E’ possibile che qualcosa tra
tifosi e squadra si sia incrinato? E’ forse vero, come alcuni sostengono,
che quel “feeling” che caratterizzava il loro rapporto sia venuto meno,
tanto da far risultare vani gli sforzi e le battaglie di questi ragazzi?
Ad Ascoli così è parso. “Perché non reagiscono?” “Perché
non ascoltano le nostre canzoni?”, si sono domandati in tanti. La vittoria in
trasferta ha un sapore del tutto particolare, tornare in pullman con due
punti nello zaino è un traguardo che gli Ultrà provano a
chiedere, se non altro in partite “accessibili”, come quella di Ascoli.
Ma poi, se questo non dovesse avvenire, nulla sarebbe compromesso. Che
noia ripeterlo, però, si sa, loro non tradiranno. Mai.